Un sacrificio inutile. Anzi addirittura controproducente. I lockdown, non solo hanno provocato devastanti effetti sulla salute mentale di bambini e adulti, ma potrebbero in alcuni paesi aver accelerato la diffusione del virus Sars-CoV-2. Uno studio retrospettivo dell’Università della Finlandia orientale, che ha analizzato il legame tra a riduzione dei movimenti delle persone e la diffusione del virus, mostra esempi in cui il virus si è diffuso più rapidamente quando le persone sono rimaste a casa. Inoltre, la sola parziale limitazione della mobilità è sembrata, retrospettivamente, più efficace nel ridurre al minimo la diffusione di Sars-CoV-2 rispetto alle restrizioni estreme. I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Preventive Medicine and Public Health.

Lo studio ha esaminato il rapporto tra lockdown e replicazione del virus

I lockdown imposti dal governo e le restrizioni di movimento sono stati probabilmente il segno distintivo della risposta a questa pandemia. Questi interventi sono stati ritenuti invasivi in ​​alcune circostanze e contesti. I ricercatori hanno analizzato il rapporto tra mobilità delle persone e effettivo numero di replicazione di Sars-CoV-2. Il numero di replicazione effettivo riflette il tasso di diffusione della malattia poiché cattura i cambiamenti dinamici nella trasmissione virale da persona a persona. Gli indicatori di mobilità si basano sui dati di posizione resi anonimi degli utenti dei servizi Google che hanno attivato la «Cronologia delle posizioni» sui propri telefoni cellulari.

Individuati tre modelli di correlazione tra mobilità e diffusione del virus

Le posizioni sono classificate in diverse categorie di mobilità, tra cui, ad esempio, mobilità residenziale, che indica che le persone sono state a casa. I ricercatori si sono concentrati sulla fase pre-vaccinazione e pre-varianti di preoccupazione della pandemia, dal 15 febbraio al 31 dicembre 2020, analizzando i cambiamenti quotidiani della mobilità e la diffusione del Sars-CoV-2 in 125 paesi e 52 regioni o stati degli Stati Uniti. L’analisi ha identificato tre gruppi di paesi sulla base di modelli di correlazione tra gli indicatori di mobilità e il numero effettivo di riproduzione di Sars-CoV-2.

In alcuni paesi il lockdown è servito allo scopo, in altri ha avuto l’effetto opposto

Il gruppo 1 è costituito da paesi con correlazioni «normali». In altre parole, più si è rimasti a casa minore è stata la diffusione di Sars-CoV-2, come è successo negli Stati Uniti, in Turchia e nella maggior parte dei paesi OCSE. Il gruppo 2 includeva i paesi con correlazioni «invertite», riferendosi a correlazioni positive tra mobilità residenziale e diffusione Sars-CoV-2, cioè quando i lockdown hanno favorito il virus. Il gruppo 3 è costituito da paesi con modelli di correlazione più complessi o correlazioni «inconcludenti».

Livelli intermedi di lockdown più utili di quelli completi

Nei paesi del gruppo 1, come l’Austria, più tempo le persone trascorrevano a casa, minore era la diffusione della malattia. Mentre nei paesi del gruppo 2 come la Bolivia, si è osservato l’esatto contrario: più tempo le persone trascorrevano a casa, maggiore era la diffusione della malattia. Inoltre, in molti paesi, i modelli di correlazione tra mobilità e diffusione della malattia hanno mostrato un minimo di diffusione della malattia a un livello intermedio di restrizione della mobilità, indicando un livello ottimale al di sopra del quale la limitazione della mobilità delle persone potrebbe portare a una maggiore diffusione della malattia. In altre parole, il lockdown completo potrebbe essere stato controproducente a certi livelli e in alcuni paesi.

Per i ricercatori è necessario comprendete il livello ottimale di restrizioni alla mobilità

Gli autori hanno concluso che un’analisi sistematica delle correlazioni tra mobilità e diffusione della malattia a livello regionale potrebbe aiutare a comprendere il livello ottimale di restrizione alla mobilità che riduce al minimo la diffusione di Sars-CoV-2 in quella specifica regione. «Gli oltre due anni segnati dalla pandemia hanno cambiato la vita di molti di noi in vari modi», dicono i ricercatori Mounir Ould Setti e Sylvain Tollis.

«L’attuale sviluppo della diffusione del Sars-CoV-2 suggerisce che questo capitolo della storia intitolato Covid-19 potrebbe, si spera, svanire alla fine. Tuttavia, c’è ancora molto da imparare a riguardo. Riflettere – concludono – su come abbiamo reagito alla pandemia potrebbe aiutarci a trarre lezioni utili su come ridurre al minimo i danni di sfide simili, soprattutto ora che le malattie infettive sembrano essere una minaccia emergente».

 



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