FORLI’ – “Mia mamma e mia padre mi hanno reso la vita impossibile. Spero che ci sia giustizia per questa mia morte. Spero che i carabinieri facciano un’indagine”. La sedicenne Rosita Aveva lasciato delle lettere e girato un video di quaranta minuti sul tetto della sua scuola, il liceo classico di Forlì, prima di gettarsi nel vuoto. Un video drammatico che conteneva accuse pesantissime ai genitori finiti sotto processo per la sua morte. I genitori sono stati condannati a tre anni e 4 mesi per maltrattamenti in famiglia e assolto invece il padre per istigazione al suicidio. Così ha deciso la giuria del tribunale di Forlì presieduta dal giudice Giovanni Trerè, e composta dal giudice a latere Roberta Dioguardi e da sei giudici popolari. Una sentenza che è arrivata dopo ore di camera di consiglio poco dopo le 18.

Rosita si era suicidata il 17 giugno 2014 e poco dopo i genitori erano stati iscritti nel registro degli indagati e poi rinviati a giudizio, due anni dopo, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia fino alla morte e, solo per il padre, istigazione al suicidio. Ad aprile dello scorso anno era partito il processo. Una tragedia che ha sconvolto il paese della ragazza, Fratta Terme, una frazione di Bertinoro, e fatto discutere per mesi, una volta arrivata nelle aule di un tribunale, l’opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti.

Il sostituto procuratore di Forlì Sara Posa aveva chiesto di condannarli: sei anni di carcere per il padre Roberto Raffoni e due anni e mezzo per la madre Rosita Cenni. Il difensore Marco Martines aveva chiesto l’assoluzione. La pm aveva puntato sul concetto di maltrattamenti da intendersi anche come abusi psicologici definendoli il comportamento dei genitori nei confronti della figlia “disfunzionale”. Rapporti sfociati in una vera e propria ‘sfida-guerra’, in particolare con il padre, quando Rosita, per l’accusa, ha cercato di liberarsi della cappa di umiliazioni, isolamento e privazioni a cui era sottoposta. Anche la volontà del suicidio, ha precisato l’accusa, era nota ai genitori, ma questo non avrebbe modificato il loro atteggiamento vessatorio.

Accuse che la difesa aveva respinto: “Non è vero che Rosita era soggetta a privazioni materiali e morali. Non è vero che vivesse in isolamento sociale, non è vero che non aveva il permesso di uscire mai, non è vero che Rosita e il fratello abbiano avuto un’infanzia infelice”, la controreplica dell’avvocato Martines che ha portato più volte in aula il dolore dei genitori che hanno perso la figlia. “Davvero si vuole fare credere che un padre possa volere la morte della figlia? Avrebbe potuto vivere pensando al dolore che avrebbe provocato alla sua famiglia?“.

Rosita, descritta come una ragazza timida e molto chiusa, andava benissimo a scuola, aveva la media superiore al 9 e sarebbe dovuta partire per un anno di studi in Cina. Viaggio a cui era già iscritta, ma che i genitori le avevano minacciato di far saltare dopo aver scoperto che aveva sottratto il cellulare al padre per poter chattare con le amiche avendone lei uno di vecchio tipo. Uno scontro scoppiato 48 ore prima della tragedia. Il giorno seguente, al ritorno dal centro estivo della parrocchia dove faceva la volontaria, Rosita venne accolta dal padre con una frase (“hai cambiato idea, non ti sei buttata dal tetto della scuola?”) finita poi nel mirino dell’accusa durante il processo. Il giorno dopo Rosita l’ha fatto, dopo messaggi alle amiche per annunciare la sua intenzione. Un dramma, al di là di ogni sentenza.
 

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