Non è la prima volta che si fa un danno per la foga di scattarsi un selfie, o per l’irrinunciabile morso di voler documentare quanto sta accadendo con un video. Quante occasioni abbiamo avuto per parlare, anche in questa rubrica, della pericolosità dei selfie estremi o dell’effimero dei selfie incapaci di cogliere la vera essenza di quello che si osserva pur di restituire ai follower ciò abbiamo catturato con uno scatto? Tante, ça va sans dire, la domanda è retorica. Nonostante quest’opera di condivisione con tanto di invito a vivere il momento, narrando attraverso le parole ciò che si prova dall’osservazione, senza mai demonizzare la potenzialità degli smartphone, si continua imperterriti a voler fermare momenti nella memoria del telefono.

E lo si fa anche con i momenti drammatici, pur di dire io c’ero, ero là, ho visto cosa è accaduto. In certi casi, però, dovremmo fare qualcosa di più utile che filmare, e tentare di mettere a servizio il nostro buon senso e le nostre competenze a favore di chi è in difficoltà. Il caso di Crema, dove una donna con problemi psichiatrici per cui era in cura da tempo si è data fuoco mentre alcune persone anziché aiutarla filmavano la scena, deve farci riflettere su chi siamo diventati. Lo ha chiesto, giustamente, anche la sindaca della città, Stefania Bonaldi. Dobbiamo occuparci, tutti, di rispondere a questa domandi in tempi rapidi. Ha a che fare con le sfumature delle dipendenze da nuove tecnologie e con la (poca, ancora troppo poca) consapevolezza sull’uso di questi strumenti. Il bisogno di voler documentare tutto ha a che fare con la necessità di mantenere sempre alti i livelli di eccitazione. Per certi versi, è paragonabile a ciò che accade in chi gioca d’azzardo, dissociando le emozioni dal corpo: se da un lato si è lucidi e si riesce a comprendere che sta accadendo qualcosa di molto grave, dall’altro non si riesce a staccarsi dal proprio bisogno di dover documentare ogni cosa. Anche un episodio tragico come quello della donna di Crema. 

L’uso dei selfie in ogni dove, poi, può anche fare danni anche al nostro patrimonio culturale, testimonianza della nostra storia da tramandare alle generazioni che verranno dopo di noi. La dimostrazione è quanto è successo a Possagno, in provincia di Treviso, dove un turista austriaco ha tentato di ritrarsi insieme al calco in gesso della statua di Paolina Borghese che il Canova aveva fatto prima di realizzare la struttura in marmo rompendole le dita dei piedi. Peraltro, già danneggiate dai bombardamenti della Prima guerra mondiale.

L’incoscienza non può essere la guida dei nostri giorni. Abbiamo il dovere morale e civico di lasciare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli esempi di cui fare tesoro e a cui possono ispirarsi per superare le difficoltà che la vita inevitabilmente mette sul cammino di tutti. Siamo stati mesi e mesi senza poter fruire dal vivo di tutta la Bellezza presente nei musei e senza poter stringerci nel calore di un abbraccio di una persona amata e poi, appena abbiamo la possibilità di tornare a una pseudo normalità ante Covid come ci comportiamo? Riflettiamo, allora, dedicando tempo all’ascolto di noi stessi e dell’altro, su chi siamo diventati e su che mondo vogliamo lasciare ai nostri figli. Facciamolo insieme, in modo critico e costruttivo. 

*psicologo, psicoterapeuta, docente universitario  e presidente dell’Ass.ne Naz.le Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, gap, cyberbullismo)



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