Ci sono tre mail che tracciano la storia della decisione, presa a posteriori il 22 gennaio, quando la Lombardia era in zona rossa da una settimana, di farla tornare in arancione. Quei documenti raccontano dell’allarme scattato a Roma sui dati della Regione e della decisione di quest’ultima di chiedere, venerdì scorso, il cambio di classificazione.

I sintomatici

Il tema centrale è il sistema con cui si contano i positivi sintomatici. Solo quelli, ripetono ormai da 36 settimane i tecnici della Cabina di regia e dell’Istituto superiore di sanità, sono usati per calcolare l’indice di contagio della malattia, cioè a quale velocità questa passa da una persona all’altra. È logico: non è possibile prendere in considerazione anche chi non ne ha. L’Istituto sabato ha spiegato che «ogni volta che viene rilevato un caso clinico, viene compilato il relativo campo “stato clinico” nel quale viene indicato il grado di severità dei sintomi, da paucisintomatico a severo e, quando possibile, anche la data della loro insorgenza». Per quanto riguarda la Lombardia, dicono dall’Istituto, «ha segnalato dall’inizio dell’epidemia nell’ultimo periodo, una grande quantità di casi, significativamente maggiore di quella osservata in altre regioni, con una data di inizio sintomi a cui non ha associato uno stato clinico e che pertanto si è continuato a considerare inizialmente sintomatici. Questa anomalia è stata segnalata più volte dall’Iss alla Regione».

 

L’allarme del 7 gennaio

Quest’ultima frase del comunicato dell’Iss riporta ai primi scambi tra Roma e Milano avvenuti all’inizio dell’anno. Il 7 gennaio i tecnici dell’Istituto inviano una mail al dipartimento del welfare della Lombardia che qualcuno definisce “accorata”. Nel testo si segnalava che qualcosa non andava nei dati, e venivano invitati i tecnici a controllare bene cosa stesse succedendo. La lettera non ha avuto effetti, tanto che venerdì 15 gennaio l’Rt della Lombardia è schizzato a 1,4. Come ha spiegato a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto, da quando è iniziato il monitoraggio, il mercoledì l’anteprima dell’Rt viene inviata alle Regioni proprio perché facciano un controllo. La Lombardia però non ha avuto niente da ridire: «Non c’è stata alcuna contestazione in quei giorni — ha spiegato Brusaferro — Nel monitoraggio di venerdì 15 è passato tutto senza problema». La Lombardia ha iniziato a protestare dopo la firma dell’ordinanza del ministro alla Salute che la metteva in zona rossa, non prima, e soprattutto ne ha fatto una questione politica. I tecnici intanto hanno studiato i dati e lunedì scorso sono ripartiti i contatti con l’Istituto.

 

La mail del 19: tutto da rifare

Il 19 dicembre, martedì, l’assessorato spedisce all’Istituto la seconda mail fondamentale in questa storia. «Con la presente, a seguito delle odierne interlocuzioni, si richiede che venga eseguito un calcolo dell’indice RTSintomi recependo le modifiche definite a livello tecnico relative al conteggio dei pazienti guariti e deceduti». È la prima richiesta della Lombardia, che riconosce come qualcosa sia cambiato nei dati inseriti nel database. Per il periodo tra il 15 e il 30 dicembre (sul quale si è calcolato l’Rt del 15 gennaio) è stato rettificato il numero dei casi sintomatici e asintomatici. Così le persone che hanno avuto i primi sintomi in quei 15 giorni sono passate da 14.180 a 4.918. Un bel salto, che fa scendere l’Rt medio da 1,4 a 0,88.

«Si chiede la rivalutazione»

E il giorno del monitoraggio, cioè il 22, il capo del dipartimento del Welfare Marco Trivelli invia una mail all’Istituto e al ministero alle 12.25, cioè 5 minuti prima della riunione della Cabina di regia. «Gentilissimi, tenuto conto dell’integrazione del flusso dei dati trasmesso mercoledì 20 rispetto a mercoledì 13, effettuata a seguito del confronto tecnico tra Iss e assessorato al Welfare relativa alla riqualificazione del campo stato clinico (…) si chiede la rivalutazione dell’indice Rt nella settimana trentacinquesima. Ora per allora». Le mail dicono che è la Regione a chiedere la modifica dell’Rt e anche che i dati del 22 sono diversi da quelli comunicati il 15, al contrario di quanto sostenuto dal governatore Attilio Fontana.

«Buttare in rissa la questione dell’Rt lombardo certamente contribuisce a non fare emergere la verità. E i cittadini lombardi, questa volta più che mai hanno il diritto di sapere come stanno le cose», ha detto ieri il sindaco di Milano Beppe Sala: «La cosa più semplice per chiudere la questione è che la Regione Lombardia faccia vedere i dati. Il calcolo dell’Rt è un fatto eminentemente tecnico, non politico».

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