Il Dottor Leonardo Borgese, della Società Italiana Medicina Diagnostica e Terapeutica – SIMEDET, spiega in un breve articolo perchè è sbagliato considerare la comunità omosessuale quella più a rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie. 

«Proprio mentre si iniziano le vaccinazioni – spiega Borgese – con questo breve articolo si intende rettificare su base scientifica alcune informazioni errate che sono state malauguratamente diffuse, attraverso i media, anche da fonti ufficiali.

Il cosiddetto Vaiolo delle scimmie è una malattia dovuta al virus Monkeypox, il quale costituisce la più importante infezione da Orthopoxvirus, parenti stretti dell’ormai debellato (e totalmente eradicato dal pianeta) vaiolo umano (virus Variola maior). Nonostante la parentela, tale infezione è ben lontana dalla pericolosità dello scomparso vaiolo umano, oltre che per gli enormi sviluppi della medicina degli ultimi anni, soprattutto a causa delle caratteristiche intrinseche del virus. Di esso, infatti, esistono due cladi (forme genetiche diverse) con letalità molto diversa, uno proveniente dall’Africa Occidentale (con mortalità inferiore all’1% dei casi) e un altro caratteristico del bacino del Congo (con letalità intorno e superiore al 10% dei casi); è bene chiarire immediatamente che il virus che sta circolando attualmente, al di fuori del continente africano e quindi anche in Europa, proviene dal primo clade il quale causa una mortalità, in assenza di terapie e vaccinazione, estremamente bassa.

Altro concetto che è bene chiarire immediatamente è che non si tratta assolutamente di un nuovo agente patogeno, come invece è stato SARS-CoV-2 per il Covid-19, bensì di una zoonosi ossia di una malattia caratteristica degli animali, la quale sta tentando da almeno cinquant’anni la scalata verso la nostra specie e che, occasionalmente, può attualmente colpire anche esseri umani potendosi poi trasmettere da uomo a uomo, sebbene in modo assolutamente non efficiente e infrequente.

Modalità di trasmissione sono tramite il contatto con materiale infetto proveniente dalle lesioni cutanee o con superfici contaminate (oggetti personali, vestiti, lenzuola, ecc.), nonché tramite contatto prolungato e ravvicinato fra individui attraverso piccole goccioline di saliva, chiamate droplets, emesse durante la respirazione. I dati finora disponibili dell’epidemia in corso, parrebbero suggerire in alcuni casi che la trasmissione sia avvenuta anche durante rapporti intimi, ma ciò non dimostra in modo incontrovertibile che si tratti di una malattia sessualmente trasmessa né, tantomeno, implica che essa possa colpire preferenzialmente alcune fasce o categorie di popolazione piuttosto che altre: errore simile è stato commesso quando si è iniziato a parlare di AIDS, dal 1981 in poi, stigmatizzando come oggi gli omosessuali e in quel caso anche i tossicodipendenti, con il risultato di far crescere enormemente la malattia fra i soggetti eterosessuali convinti che il rischio non li riguardasse. L’AIDS come la MPXV (malattia da Monkeypox virus), sono malattie legate a comportamenti (non categorie di persone) a rischio e il coinvolgimento iniziale della comunità gay è da considerarsi esclusivamente fortuito, in quanto il cosiddetto “caso zero” ossia il primo caso che ha dato origine all’epidemia di Monkeypox che stiamo vivendo, è stato un partecipante al “Gay pride” organizzato a metà maggio di quest’anno a Maspalomas, nel sud dell’isola spagnola di Gran Canaria, che è considerata la meta europea più importante per il turismo LGBTQ+: di fatto, a prescindere dagli orientamenti sessuali dei partecipanti e da un punto di vista epidemiologico, si è trattato semplicemente di un enorme assembramento di persone provenienti da moltissime parti del mondo le quali, dopo essersi contagiate, hanno portato il virus nei propri luoghi d’origine diffondendo l’epidemia. Si è trattato quindi di un classico esempio di “evento di amplificazione” per il quale si sarebbero osservati uguali esiti nel caso in cui, invece di un “Gay pride”, si fosse trattato di un evento di tutt’altra natura ma con pari numero di partecipanti come, ad esempio, un motoraduno o un congresso di commercialisti. 

Trattandosi di una zoonosi, il virus è mantenuto nell’ambiente da animali ma, a dispetto del nome “vaiolo delle scimmie” o Monkeypox, sembra che abbiano un ruolo molto rilevante sia come serbatoio che come fonte di contagio varie classi di roditori; il nome Monkeypox è dovuto esclusivamente al fatto che il virus è stato isolato per la prima volta, nel 1958, in colonie di scimmie mantenute in cattività per la ricerca scientifica mentre, il primo isolamento in un essere umano, è molto successivo risalendo al 1970. La malattia che provoca è solitamente autolimitante, in quanto si risolve senza necessità di terapia in poche settimane; nonostante ciò, forme più gravi si possono riscontrare nei bambini piccoli, nelle donne in gravidanza e nei soggetti immunocompromessi. La prevenzione si può basare, oltre che sullo specifico vaccino recentemente approvato, anche su semplici accortezze in gran parte comuni a quelle già adottate per il Covid-19 ma con il vantaggio, rispetto a quest’ultimo, che il contagio avviene solo dopo la comparsa dei sintomi: evitare contatti prolungati e ravvicinati con soggetti sintomatici, indossare possibilmente mascherine FFP2, lavare le mani frequentemente e utilizzare gel a base alcolica, praticare sesso protetto.

Nel caso in cui ci sia stato contagio, la sintomatologia insorge generalmente fra i 6 e i 13 giorni dopo il contatto con una persona infetta e sintomatica o con i suoi effetti personali, ma l’incubazione può in alcuni casi prolungarsi fino ai 21 giorni. Il sintomo più frequente è un’eruzione cutanea costituita da pustole e vescicole; durante l’epidemia attuale, si è riscontrata nella maggioranza dei casi la presenza di lesioni sui genitali e nella zona perianale. Assieme all’eruzione, si possono riscontrare anche i classici sintomi delle infiammazioni sistemiche: febbre, dolori muscolari, astenia, brividi, mal di testa e mal di gola, nonché linfonodi doloranti e gonfi. L’attuale epidemia presenta generalmente sintomatologia molto lieve che scompare spontaneamente entro 14-21 giorni, ma l’eruzione può essere molto pruriginosa e le lesioni si possono facilmente infettare. È molto importante essere informati su questi aspetti della malattia, in modo da poter precocemente contattare un medico all’eventuale comparsa della sintomatologia descritta.



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