In Umbria, la parola “crisi” non sempre coincide con “fallimento”. Molte imprese non chiudono a causa di problemi finanziari, ma perché non c’è nessuno che possa prenderle in mano. La Camera di Commercio dell’Umbria ha condotto un’analisi che rivela una realtà economica complessa. Al 30 settembre, lo stock delle imprese umbre era di 90.440, con una densità imprenditoriale elevata. Tuttavia, le iscrizioni e le cessazioni di imprese mostrano un saldo negativo di 335 imprese.
I dati raccontano di un sistema che non crolla, ma fatica a rigenerarsi in modo strutturale. A livello nazionale, il nord cresce grazie a imprese più capitalizzate, mentre il mezzogiorno compensa con una maggiore natalità imprenditoriale. L’Umbria resta in mezzo, senza una spinta sostitutiva sufficiente, né sul fronte dimensionale né su quello generazionale.
Il nodo del ricambio generazionale emerge osservando l’età dei titolari d’impresa. Oltre il 34% degli imprenditori umbri ha più di 55 anni, contro una media nazionale del 31%. Gli under 35 rappresentano meno del 9%, a fronte di una media italiana prossima all’11%. Il dato più eloquente riguarda l’artigianato, dove le imprese guidate da under 35 sono diminuite del 40,7% nell’ultimo anno.
La maggioranza delle imprese umbre è costituita da microimprese, spesso attive da oltre vent’anni. Hanno attraversato crisi finanziarie e pandemia senza collassare, ma il rischio è la perdita di continuità nel medio-lungo termine. L’export umbro ha raggiunto 4,37 miliardi di euro nei primi nove mesi, basato su subfornitura e lavorazioni specialistiche. Le imprese umbre attive nell’e-commerce sono aumentate del 204,7% negli ultimi dieci anni, con una dinamica che indica una trasformazione concreta, soprattutto tra le microimprese.