Nel mondo, ogni anno, un milione di persone si toglie la vita: l’Oms ha stimato che si suicida una persona ogni circa 40 secondi. Negli ultimi 45 anni il tasso di mortalità per questa causa è cresciuto del 65% in tutto il mondo, tanto che, oggi, il suicidio è considerato una delle tre principali cause di morte tra i 15 e i 44 anni, in entrambi i sessi. A questi numeri vanno aggiunti i tentati suicidi, fino a 20 volte più frequenti (dati Iss). Ora, una nuova ricerca indica una possibile traiettoria da seguire per cambiare rotta: le terapie psicologiche, ritenute efficaci nel trattamento della depressione, potrebbero influenzare indirettamente gli esiti correlati al suicidio. Ad affermarlo è un team internazionale di ricercatori, tra cui i docenti Ioana Alina Cristea e Claudio Gentili, del dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova.

Lo studio

I ricercatori hanno esaminato un database pubblico, sviluppato attraverso ricerche sistematiche, con 469 studi. Nonostante il rapporto consolidato tra depressione e rischio di suicidio, la valutazione è raramente riportata negli studi sulle terapie psicologiche per la depressione. Inoltre, nella metà degli studi sulle terapie psicologiche per la depressione le persone ad alto rischio di suicidio sono state escluse: la valutazione è stata riportata solo in 45 dei 469 studi identificati, il 10% del totale. I risultati integrali di questa nuova ricerca sono stati appena pubblicati sulla rivista Lancet Psychiatry e mostrano come le terapie psicologiche per la depressione abbiano un effetto benefico sull’ideazione suicidaria e sul rischio di suicidio immediatamente dopo l’intervento, ma non al follow-up.

Le conclusioni dei ricercatori

“Il nostro studio – afferma Alina Cristea – sottolinea una mancanza di considerazione per i pensieri e i comportamenti suicidari nella ricerca sulla psicoterapia per depressione. Pensieri  e comportamenti di questo tipo possono emergere nel corso degli studi sulle terapie psicologiche in individui con depressione, ma anche in individui inizialmente valutati come non a rischio. Ciò indica chiaramente la necessità di migliorare il monitoraggio e la segnalazione, ad esempio attraverso l’implementazione di protocolli di sicurezza predefiniti e dettagliati, in tutti gli studi sulla psicoterapia. Inoltre, l’effetto positivo, seppur piccolo, dell’intervento psicologico rappresenta un potenziale strumento di aiuto da indagare in studi più ampi”.
Per Gentili “allo stato attuale delle conoscenze, predire un comportamento suicidario è quasi impossibile: le idee suicidarie possano emergere in ogni paziente. Tuttavia, un intervento psicologico efficace sembra appresentare una valida arma di prevenzione. Resta il problema della diffusione capillare: è molto difficile, infatti, che gli interventi psicologici possano arrivare a tutti coloro che ne hanno bisogno. Per questo – conclude il ricercatore – si fa sempre più ricorso ad interventi digitali come app o portali web”.

 



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