SEI ore al giorno davanti allo schermo per la didattica a distanza e poi pomeriggi interi on line per studiare o chattare con gli amici. Le scuole sono chiuse e anche piscine e palestre. Le vite dei ragazzi durante la pandemia sono sempre più assorbite dalla piazza virtuale ed è lì che per loro si gioca tutto. Qualche rara passeggiata all’aria aperta, ma per il resto le loro vite sono fatte di bit. Tanto che per il 36% potrebbe essere utile un’app con cui gestire meglio il confronto con i genitori sull’uso dello smartphone.

Con Covid per loro è aumentato l’isolamento e i ragazzi hikikomori (che per lunghi periodi non escono mai dalla propria abitazione) non sono  più una rarità. Nel bene e nel male tutto si svolge on line. Gli adolescenti fanno amicizia con gli altri in rete, si innamorano, ma subiscono anche atti di bullismo. E, c’era da aspettarselo, nei giorni del distanziamento sono in aumento i casi di autoisolamento tra i giovani (67%) che hanno subito fenomeni di cyberbullismo (1 su 8 ne ha subito uno). Sono i dati che emergono da un sondaggio dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche, GAP e cyberbullismo, condotta in collaborazione con il portale Skuola.net e con Vrai (Vision, robotics and artificial intelligence – Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università Politecnica delle Marche) su un campione di 3.115 studenti di età compresa tra gli 11 e i 19 anni. Uno studio pubblicato alla vigilia della IV Giornata Nazionale sulle dipendenze tecnologiche, GAP e Cyberbullismo, sabato 28 novembre (dalle 9:30 fino sul sito: https://www.dipendenze.com/quarta-giornata-dite/)

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Chiedono aiuto

Tra i tanti bisogni che ha fatto emergere questa pandemia, c’è anche quello di ricevere una buona educazione al digitale. Lo chiede il 77% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni.  “Chiedono a noi adulti, genitori, insegnanti, educatori, di prenderci cura della loro vita – spiega Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta, docente universitario, e presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te. – Nell’educazione digitale rientrano anche temi come la sessualità, l’identità sessuale, per esempio, di cui non si parla più tanto e di cui, invece, i ragazzi vogliono sapere. Introdurre l’educazione digitale, considerando tutte le sfumature che può avere, potrebbe essere uno strumento di supporto a tutti i cambiamenti che inevitabilmente ci troveremo ad affrontare. Non solo sociali, relazionali, ma anche lavorativi da qui in avanti”.

La sessualità esibita

Fra l’altro il 26,2% dei giovani intervistati dichiara di aver inviato proprie foto o video intimi via chat o Social. A che cosa dobbiamo questo fenomeno?”E’ un tipo di sessualità in parte legata alla realtà virtuale e in parte al fatto che oggi, nella società dell’immagine, la sessualità viene continuamente mostrata e remunerata. Non solo i ragazzi – Anna Oliverio Ferraris psicologa, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università della Sapienza di Roma, commentando la ricerca – possono accedere facilmente a siti porno, soft e hard, ma nella pubblicità come in molti programmi tv la sessualità viene esibita e considerata anche una via attraverso cui ci si può affermare e avere successo. Un successo che può essere monetizzato. Il porno divo Rocco Siffredi è stato presentato nei talk show come un modello di riferimento. Idem per le veline che si agitano in atteggiamenti seduttivi e per gli attori del Grande Fratello e simili”. Gli adolescenti finiscono così per emulare i comportamenti di divi e attori. “Chi è nato circondato da questo tipo di stimoli e modelli e non dispone di altri modelli e valori di riferimento, – aggiunge l’esperta – può trovare naturale praticare una sessualità via schermo o inviare foto più o meno hard a un amico. Una ragazzina il cui corpo sta cambiando può inviare foto di sè nuda ad amiche o amici, sia per avere una conferma della sua bellezza, sia per fare qualcosa di “trasgressivo” che va di moda”.   

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Una vita troppo sedentaria

I ragazzi sono molto seguono molto quanto accade sui social e 4 su 5 chiede lezioni di educazione digitale a scuola. Tra gli studenti delle medie di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, l’esigenza è sentita dall’83%. Anche perché gli episodi di cyberbullismo. “Questo avviene – spiega Oliverio Ferraris  – perché ora i ragazzi passano più tempo di prima di fronte al computer e con lo smartphone. Conducendo una vita sedentaria e isolata, del tutto inadatta alla loro età, accumulano tensione, nervosismo, insoddisfazione che poi alcuni sfogano facendo degli ‘scherzi’ on-line. ‘Scherzi’ di cui non sempre colgono la reale  portata perché attraverso quegli interventi lesivi nei confronti degli altri traggono soddisfazione e la soddisfazione mette in ombra il danno che stanno facendo”. 

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L’app in famiglia

Gli adolescenti sono immersi nella tecnologia e chiedono un’app anche per confrontarsi con i genitori. Sembra che sia svanito il confronto reale con madri e padri e che tutto si giochi via sms. “C’è, ma tutti questi elementi importantissimi della vita reale non vengono utilizzati in tutta la loro potenzialità e a volte vengono usati non in modo inadeguato. I ragazzi chiedono ancora confini e limiti, anche se in apparenza non sembra così, e li chiedono per sentirsi protetti. Ecco perché pensano che affidandosi al mezzo tecnologico, a un’app per esempio, possano essere poi compresi meglio dagli adulti che non hanno ancora ben chiara la via di mezzo tra l’analogico e il digitale”

L’app diventa così una sorta di ‘mediatore familiare’. “Sarà utile, ma nel contempo dovremmo lavorare anche sulla genitorialità e sulla comunicazione in famiglia, per sviluppare di più l’empatia, il problem solving, la gestione del tempo insieme e tutti gli altri aspetti che possono contribuire a migliorare le relazioni. Non solo in casa, ma anche fuori. Il 60,4% chiede un’app per conoscere se fa un uso corretto dello strumento tecnologico. Non che non ce ne siano già, ma ciò che stanno chiedendo i giovani è come poter affrontare il fatto che ne stiano facendo un abuso o un uso scorretto”, aggiunge Lavenia.

Tutti questi strumenti, quindi, potrebbero concorrere a ottenere una specie di patentino digitale, perché, se non usati in modo corretto, possono provocare danni. “La app potrebbe svolgere la funzione di uno schermo/maschera che facilita la comunicazione con i genitori diventata difficile in presenza. Non solo, la app indirizzerebbe anche il confronto tra genitori e figli. Potrebbe essere uno strattagemma iniziale, ma certo se la comunicazione genitori e figli dovesse continuare dietro una maschera sarebbe preoccupante perchè indicherebbe una distanza persistente”, commenta ancora Oliverio Ferraris. 

La Dad

Dal sondaggio emerge inoltre una riflessione sulla didattica a distanza (Dad). Va assolutamente considerata come una soluzione di emergenza, perché manca un elemento fondamentale della relazione educativa: la presenza fisica. L’immaterialità della relazione digitale ci libera da tutta una serie di freni inibitori scatenando fenomeni feroci come l’hate speech o il cyberbullismo”, fa notare Grassucci. “Viene meno quel clima sociale che in classe stimola, integra, motiva. Vengono anche meno, in molti casi, gli orari che obbligano i ragazzi ad alzarsi e ad uscire di casa. Non trascurabili sono anche i problemi fisici legati alla vista e alla postura fissa per ore di fronte allo schermo. Ecco perché bisognerebbe fare di tutto per ridurre il numero delle ore in Dad e favorire il rientro a scuola dei ragazzi. Nei casi più difficili si può pensare a una didattica mista, con ritorni a scuola in alcune ore del giorno o per alcune mezze giornate alla settimana. E’ stato ormai chiarito che il problema centrale sono i trasporti  a cui si potrebbe rimediare utilizzando gli autobus turistici attualmente fermi a causa della pandemia”, aggiunge Oliverio Ferraris.

Il tempo on line

Fra l’altro la didattica a distanza ha bisogno di altri ritmi rispetto a quelli della classe in presenza. “Servono lezioni più dinamiche, più energiche, più capaci di incuriosire, più coinvolgenti. Quelli che i ragazzi credono essere scherzi, in realtà sono atti aggressivi: la messa online o in chat di una foto e/o di video senza il permesso dell’altro è cyberbullismo, e queste immagini rischiano di rimanere nel web per sempre, con tutte le conseguenze immaginabili”, aggiunge Lavenia.

Con il Covid aumentano i casi di cyberbullismo e le dipendenze


Ragazzui hikikomori

A seguito di episodi di cyberbullismo, il 45,9% degli intervistati nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni, il 53,4% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni, e il 65,9% dei giovani tra i 17 e i 19 anni dice che vuole rimanere chiuso in casa. Aumenta, quindi, l’autoisolamento. Crescerà ancora nel lungo periodo? “Questo fenomeno si verifica per due motivi: la mancanza di prossimità con l’altro e il trauma subito –  spiega Lavenia. – Questo è un periodo dove sono presenti entrambi motivi. Gli effetti della pandemia stanno lasciando strascichi di paure enormi. Adulti e ragazzi hanno paura di uscire di casa, sta mancando da tanto tempo il contatto con gli altri: sono fatturi che non faranno abbassare il bisogno di autoisolarsi. E a supporto di questo si aggiunge anche che è cresciuta la difficoltà a immaginare un domani”.

La sindrome della capanna

In questi casi molti esperti definiscono questo isolamento come ‘sindrome della capanna’. “Si verifica quando bambini e ragazzi si abituano a restare rintanati in casa, nel bozzolo protetto della famiglia. Dopo alcune settimane – conclude Oliverio Ferraris – sviluppano timori e paure nei confronti del mondo esterno che identificano con il pericolo, cosicchè anche quando potrebbero uscire, andare al parco, giocare con gli amici preferiscono restare a casa di fronte al computer o alla play station, non per studiare ma per fare un videogioco o per guardare una di quelle serie televisive straripanti di sollecitazioni sensoriali, emotive e sessuali”.

Come vedono il futuro

Rispetto ai dati del sondaggio di giugno scorso (47,5%), sono aumentati del 20% i ragazzi che non riescono a immaginare il loro futuro a seguito della pandemia. “I ragazzi possono essere molti diversi nelle loro aspirazioni. Molti pensano di poter uscire al più presto dalla pandemia e riprendere la vita di prima. Altri sono intimoriti e si rifugiano in un tipo di vita confinata tra le quattro mura, – conclude Oliverio Ferraris –. Molto dipende dal clima che c’è in famiglia e che i genitori trasmettono ai figli”.

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Ragazzi e smartphone, perché nasce la dipendenza e come combatterla


 

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