Si respira odio da tutte le parti: non c’è luogo, reale o virtuale che sia, dove questo sentimento non alberghi. Il drammatico caso di Colleferro, purtroppo, non è un caso isolato. Succede sempre più spesso infatti di leggere sulle pagine delle cronache di casi di violenza, a volte capita anche di assistere a comportamenti sconsiderati, privi di ogni forma di rispetto per l’altro. Si tratta di una specie di malattia sociale, purtroppo sempre più diffusa, nata da un disagio, da pregiudizi verso chi arriva da altre culture, verso chi non frequenta determinati ambienti, verso chi, per farla breve, per una ragione o per l’altra, è considerato diverso. Il disagio in questione cresce nella disuguaglianza sociale, nella mancanza di empatia, nell’incapacità di riuscire a immaginare un domani migliore. Tutto questo, se lo si alimenta nel tempo, se non si riesce a invertire la rotta o se non si trovano esempi costruttivi con cui confrontarsi e con cui alimentare speranza, fiducia, desiderio di migliorarsi, fa crescere aggressività, risentimento, rabbia. Istinti, sensazioni ed emozioni che fanno male a se stessi e inevitabilmente rischiano di far male agli altri. Anche in modo irreparabile, come abbiamo visto. Perché quando l’odio prevarica i membri di una collettività così di frequente, allora, tutti dobbiamo fermarci e interrogarci. C’è qualcosa che non va, che non funziona e bisogna non solo cercare le cause, ma agire. In fretta. 

C’è da fare, sì, ma cosa? Una delle cose che sorprende è in quanti non riescano a comprendere un testo scritto. Cosa c’entra? C’entra eccome. Perché non ci si sofferma sul senso delle parole, si legge e si ascolta in modo distratto avendo già in mente ciò che è giusto o sbagliato, ciò che si deve o non si deve fare, ciò che conta o che non conta. Comprese le persone. No, non è così: la vita non è in bianco o nero. E poi, non è questo il modo di stare con gli altri. Esistono anche le ragioni dell’altro, condivisibili o meno, ma in ogni caso meritevoli di essere ascoltate e di essere prese in considerazione. Manca, in sostanza, il pensiero critico. Mancano modelli da seguire. C’è da rivisitare i valori, chiedendosi cosa conta davvero. Ecco, già che ci siamo, chiediamocelo: cosa conta davvero per te? 

La domanda potrebbe essere retorica. In realtà sono pochissime le cose che contano, e hanno tutto a che fare con l’essere e non con l’avere. Fermiamoci a riflettere e dato che ci stiamo interrogando, domandiamoci anche cosa diremmo ai nostri figli se vedessero qualcuno in difficoltà: gli suggeriremmo di aiutarlo o no? Già, molti ora si soffermeranno a lungo a pensarci. Ed è comprensibile. 
Il mio suggerimento è quello di tornare a essere dei buoni modelli, con dei valori costruttivi, che possano farci crescere e che di permettano di far fronte alle difficoltà nel miglior modo possibile. E, soprattutto, umano.
 
psicologo, psicoterapeuta,docente universitario, presidente dell’Ass.ne Naz.le Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap e Cyberbullismo)

Fonte