Sono passati quasi vent’anni da quando, con la legge 59/2004 venne abolita la classe cosiddetta “primina”, che di fatto consentiva ai bambini di appena cinque anni l’accesso al ciclo scolastico elementare. Una riforma che, almeno sulla carta, si proponeva di far fronte ad una scolarizzazione eccessivamente precoce che in alcuni casi rispondeva perlopiù ad un’aspettativa genitoriale e che in generale non presentava, per contro, particolari benefici per i bambini. In sostanza, l’abolizione della primina ha lasciato che i bambini potessero restare un po’ più a lungo in quella dimensione ludica ma al contempo altamente formativa che è la scuola dell’infanzia. Ma è stato davvero così?

Nella pratica pare di no: negli ultimi anni infatti, la tendenza all’alfabetizzazione precoce non è venuta meno, e viene anzi in molti casi portata avanti già alla scuola dell’infanzia, in cui ai bambini di quattro anni, quattro anni e mezzo, vengono insegnati i rudimenti della lettura e della scrittura. Complice una dimensione sociale che, grazie alla digitalizzazione, crea sempre più familiarità tra i piccolissimi e le lettere e i numeri, sono spesso proprio i bambini a mostrare un’attitudine precoce all’alfabetizzazione. È giusto assecondarla? Qual è in questo caso il confine da non superare tra incoraggiamento e forzatura? Ne abbiamo parlando con la dottoressa Alessandra Bortolotti, psicologa dello sviluppo e dell’età evolutiva, scrittrice e formatrice.

Il rispetto dei tempi fisiologici

«Questa è sicuramente una tendenza paradigmatica di una società, la nostra, che tende ad affrettare i tempi – afferma la psicologa – non sempre rispettando persino quelli fisiologici dei bambini. Intanto è doveroso sottolineare che gli studi condotti in materia non evidenziano nessun tipo di vantaggio o beneficio in ambito scolastico nei bambini precocemente alfabetizzati. Certamente – sottolinea – ci sono bambini che manifestano uno spontaneo interesse precoce, anche intorno ai quattro anni, per il riconoscere le lettere dell’alfabeto, unirle, leggere e scrivere le prime parole, così come ci sono bambini che invece non sviluppano questa capacità prima dei sei anni compiuti. Rispettare questi tempi, entrambi perfettamente fisiologici, è essenziale. Se è vero che non c’è motivo di scoraggiare un’attitudine precoce – osserva – è altrettanto vero che non c’è motivo di avere fretta».

Il ruolo della digitalizzazione

«La priorità non deve essere la prestazione, come se fosse una gara. L’attuale organizzazione scolastica – spiega Bortolotti – consente di iniziare il percorso di alfabetizzazione al primo anno della scuola primaria, nel rispetto dei tempi fisiologici. Viceversa, la fretta che viene talvolta inculcata e trasmessa ai bambini, rispecchia un approccio sbagliato tipico degli adulti. Un’altra considerazione riguarda il fatto che la società digitalizzata in cui siamo volenti o nolenti immersi, fornisce già automaticamente ai bambini un importante stimolo di alfabetizzazione e enumerazione, quindi perché imporlo precocemente anche a livello scolastico? A livello di rendimento scolastico sul lungo periodo – aggiunge – non è assolutamente necessario saper leggere e scrivere già a cinque anni, è una capacità che emergerà in modo spontaneo successivamente senza che questo pregiudichi il percorso di studi. Viceversa a livello psicologico un bambino da cui ci si aspetta questa capacità in modo precoce svilupperà un senso di fretta, di competizione e talvolta di ansia da prestazione nocivi».

Il rischio “noia” e l’iperattività

«Altro fattore non da poco: un bambino precocemente scolarizzato – osserva Bortolotti -verrà inserito in una classe in cui verranno presumibilmente insegnate nozioni che lui avrà già appreso, correndo il rischio di annoiarsi e di non inserirsi, anche a livello di relazione, nel gruppo classe. Viceversa – sottolinea – un bambino non ancora alfabetizzato che in prima elementare si relaziona a bambini precocemente alfabetizzati rischia di sentirsi inadeguato e ingiustamente penalizzato. Soprattutto, oggi c’è un allarme su una presunta iperattività dei bambini. E allora – conclude la psicologa – invece di somministrare loro schede da compilare fin dalla scuola dell’infanzia, lasciamoli più liberi di correre e giocare: per stare seduti al banco a leggere e scrivere ci sarà tutto il tempo».

 

 



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