Recentemente, sono emerse testimonianze preoccupanti riguardo alle condizioni di vita nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr). Secondo medici e psichiatri, questi luoghi mostrano segni di una deriva manicomiale, con persone rinchiuse per mesi senza cure adeguate e sedate con psicofarmaci. La rete Mai più lager e Medicina delle Migrazioni denunciano che nei Cpr sono riproposte le stesse logiche delle istituzioni totali abolite dalla legge Basaglia.
Una testimonianza dal Cpr di Milano racconta di un giovane che, dopo nove mesi di detenzione, non aveva mai fatto una doccia e mostrava segni di grave disagio, alternando momenti di pianto a frasi prive di senso. La rete Mai più lager ha confermato la sua deportazione in Albania, definendo l’episodio “un atto di gravità inaudita”.
Le segnalazioni quotidiane indicano un deterioramento della salute mentale e fisica delle persone detenute, aggravato da sovraffollamento, isolamento e interruzioni nei servizi sanitari. Le denunce hanno evidenziato casi di autolesionismo e persino decessi evitabili, documentando gravi violazioni dei diritti umani, in particolare del diritto alla salute.
Nicola Cocco, infettivologo attivo nel campo della medicina delle migrazioni, ha osservato che oltre il 99% delle valutazioni di idoneità al trattenimento non considera adeguatamente le condizioni di salute dei migranti. Queste persone, spesso con malattie croniche, sono rinchiuse solo perché prive di permesso di soggiorno, non per reati.
La condizione di detenzione si traduce in una vera e propria patologia, esacerbando sofferenza e incomprensione. Le persone non hanno opportunità di attività, vivendo in un limbo senza speranza di rilascio, mentre la mancanza di un futuro torna a emergere dal passato degli istituti totali.