Roberto Vecchioni, cantautore, professore, scrittore (il suo ultimo libro è “Lezioni di volo e di atterraggio”, Einaudi), noto tifoso interista. Dove ha visto l’ultimo derby e cosa ha fatto alla fine?

“A casa, come sempre. Certe partite sono proprietà privata dell’anima: la paura e la gioia devono circolarti dentro senza imprecazioni o urli intorno. Ma poi telefoni, vai in chat fino al mattino con tutti gli amici”.

Che cosa è “l’Interismo”, da lei teorizzato, e come si pratica? Soprattutto: come si pratica se la squadra vince, visto che prevede il masochismo tra le “tendenze spirituali”? 

“L’Interismo è un continuo “sabato del villaggio”, la lira che manca per “fare un milione”. Esiste un Dio bellissimo che ci ha insegnato tutti i misteri sacrificali della sconfitta, l’ossessione ineluttabile di ripercorrerla nella mente attimo per attimo, cambiando magicamente con la fantasia un palo in gol e un rigore non dato in un altro segnato. Ce l’ha insegnato e poi non l’abbiamo visto più. Noi diffondiamo il suo verbo sperando che un giorno ritorni e ci spieghi anche i misteri euforici della vittoria, perché da anni, lì, ci capiamo poco”.

Scaramanzie? 

“Tutte quelle possibili e immaginabili. Posti, oggetti, vestiti e formule. Forte pulsione, magico-simpatetica: la notte prima si gioca dieci-venti volte la partita a occhi chiusi, con la certezza primitiva che il sogno influisca sulla realtà, la obblighi ad essere come la vuoi. Non succede quasi mai”.

Meglio Lukaku o Ronaldo il Fenomeno, che sta pure in una sua canzone (“Ho sognato di vivere”)? 

“Ronaldo. Noi abbiamo avuto centravanti formidabili da Boninsegna ad Altobelli, da Crespo a Vieri, a Icardi, e, se pur per poco, l’inarrivabile Rummenigge. Lukaku è su questo piano, Ronaldo non ha uguali: non era di questa terra”. 

Vorrebbe un azionariato popolare come al Barcellona? Anche per riscattare la società da Zhang. E la convince il progetto Cottarelli? 

“Ho sentito parlare di questa romantica avventura. Noi interisti abbiamo blog e siti in comune. Siamo al confine fra idealismo suicida e utopia. Mi sentirei al settimo cielo con un’Inter tutta nostra, ma dovremmo giocare in un campionato immaginario, tra nuvole immaginarie, dove la realtà sporca e cattiva si tramuti in favola da “vissero felici e contenti”. Vede, noi malati di Interismo viaggiamo in un mondo parallelo dove il giusto vince, il buono ha l’ultima parola, e così non è”. 

Ripetiamolo per chi non conosce la storia: come nasce “Luci a San Siro”? 

“Ci sono stati tempi in cui due ragazzi innamorati potevano senza rischi e senza paura appartarsi dentro una Seicento sopra una montagnetta e baciarsi protetti dalla mole di uno stadio illuminato. Poi ci sono stati altri tempi in cui lei ha detto basta, tu sei partito militare e il mondo si è capovolto. Ma gli interisti non si fanno mettere sotto dalla realtà. È bastato fotografarla, quella ragazza, in una canzone per renderla eterna, così com’era in quei giorni, fermarlo quel maledetto tempo nell’attimo di una bellezza immutabile”.

Che suono ha uno stadio senza pubblico?  

“Come in un teatro vuoto. L’arte, la vita, qualsiasi cosa non esiste se non vola, non si propaga, non è intensa. Gli oggetti non hanno vita se non li nominiamo. La musica persa nell’aria non è musica. La messa senza fedeli è una “pochade”. Il calcio da lontano non è più un rito, decade ad apparenza, non discende più dal mito”. 

Lei ama le parole. Quali sono le sue preferite nel calcio? Le piacciono le formule contemporanee, come “ripartenza”, “costruzione dal basso”, “preventive”? 

“La terminologia calcistica è tutta anglosassone, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Trovo comunque abbastanza risibile questa forsennata moda (o mania?) di teorizzare in termini scientifici ciò che per Helenio Herrera era solo “taca la bala” e per Nereo Rocco era “viva il parroco””. 

La sua partita del cuore e quella che vorrebbe dimenticare? 

“Madrid, non c’è altro che Madrid 2010. Ho portato i miei quattro figli con fidanzate e fidanzati a carico. Notte bacchica e planetaria senza vincoli e restrizioni: abbiamo impazzato come bambini per piazze e strade facendo a gara a chi beveva di più, in modalità completamente ineducativa. Non so scegliere invece la partita da dimenticare; sono incerto tra lo storico nerissimo Lazio-Inter 4-2 e l’obbrobriosa Juve–Inter del rigore negato a Ronaldo. Ma vuoi saperla una cosa? In fondo non mi va di dimenticare nessuna delle due partite. Sono proprio quelle ferite che ti fanno gioire di più quando arrivano le rivincite”. 

Qualche mese fa aveva detto: “Una vagonata di incapaci, incompetenti e mangia gol”. Ma il calcio è volubile e la palla ha cominciato ad entrare. Che succedeva e che è successo? 

“Credo che sia la fretta sotto rete: Lukaku non è il genio dei “tap-in”, da fermo in aria si aggroviglia. Lautaro è istintivo, prima fa e poi pensa. Ma alla lunga butta via qua, butta via là, il conto è in attivo. Il campionato è cambiato perché non si gioca più in casa. Ovunque la spinta psicologica per la propria squadra è micidiale. L’Inter, fuori da San Siro, la subiva molto. È cambiato perché invece di arrembare l’Inter aspetta e riparte. E ancora perché stanno tutti bene e non mollano”. 

Cosa le piace di questa squadra? 

“Lo spirito corale, lo stare insieme, l’essere uniti, difendersi l’un l’altro. L’abitudine semmai a darela colpa a se stessi. La grinta di Barella e Lautaro, la pazienza di Eriksen e Brozovic, l’imprevedibilità di Sanchez e poi la straesagerata passione di Conte”. 

Più bello il calcio degli anni Sessanta o quello di oggi? 

“Gli anni Sessanta tutta la vita. Per quel romanticismo e per l’assenza di inutili clamori, per la presenza di veri campioni da Corso a Suarez. E poi soprattutto perché ero giovane, non avevo una lira e scavalcavo i cancelli per vedermela, la mia Inter”. 

Non è riuscito a fare il terzino dell’Atalanta, come canta ne “Gli anni”, ma ha mai giocato a calcio e in che ruolo? 

“Stupirà tutti, ma giocavo portiere e non ero nemmeno malaccio. Da ragazzo mi piacevano le “uscite” alla Ghezzi, detto “Kamikaze” e poi il ruolo si accordava con il mio carattere, introverso e un po’ troppo solipsista. Ho giocato nella “Nazionale cantanti” e a Bologna, con le vecchie glorie del Bologna ho preso sì 5 gol, ma ho parato un rigore ad Haller”. 

Ha qualche maglia, foto, biglietto ricordo? 

“Sono pieno di maglie, non so più dove metterle”. 

Chi le piacerebbe incontrare, anche dei giocatori del passato? 

“Essendo il Presidente del club interista “Roberto Vecchioni” (1500 iscritti!) ne incontro tanti di campioni del passato. I più assidui ai pranzi conviviali sono Boninsegna, Beccalossi, Bergomi, Toldo, Suarez… Il più appassionato e caro amico è stato Mario Corso. Mario fu il primo a chiamarmi quando vinsi Sanremo, esattamente 2 minuti dopo”. 

Cosa ricorda del 5 maggio 2002? 

“Alesia? Qu’ est que c’est Alesia? (da Asterix)”.

Mourinho e il triplete. La stagione più bella? Le mancano le frasi ad effetto del portoghese, da “Zero tituli” a “Sento il rumore dei nemici”, fino a “non sono un pirla”? 

“Sì, ma è stata un’altra epoca. Allora  galvanizzavano, ora forse, a lungo andare stuferebbero però che goduria”. 

Conte va rivalutato? 

“Ha avuto la sua dose di sfortune, se l’Inter fosse ora in Champions, con la forma attuale spaccherebbe tutto”. 

A fine stagione potrebbe scrivere una canzone nerazzurra o cantarla? 

“Mai”.

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