REGGIO CALABRIA – Un ponte che vuole essere simbolo di Sud che si apre a tutti i Sud del mondo e per questo porterà il nome di Luca Attanasio. A cinque mesi dalla morte del diplomatico, ucciso il 22 febbraio a Goma, in Congo, insieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista del convoglio Mustapha Milambo, Reggio Calabria ha deciso di intitolargli il ponte che unisce la città al porto all’interno del nuovo waterfront.  

“Non una scelta casuale, ma un simbolo” ha detto il sindaco Giuseppe Falcomatà, che insieme all’amministrazione ha voluto la cerimonia alla vigilia del primo degli incontri di “TheLast20”, forum permanente dal basso che, in vista del G20 di ottobre attraverso una serie di appuntamenti che da Reggio Calabria si snoderanno per tutta la penisola, vuole costruire una riflessione collettiva e un documento condiviso che possa esprimere le istanze degli “ultimi 20”, i Paesi in fondo alla classifica mondiale per vivibilità, democrazia, qualità  di vita: “L’anima della nostra città, estremo Sud della penisola che guarda all’Africa, è l’accoglienza e l’apertura. Qui è vivo il ricordo delle migrazioni e siamo terra nata dalle contaminazioni di genti, costumi, usi e lingue. Luca Attanasio, che con il suo lavoro ha voluto creare un ponte fra Paesi diversi, merita di entrare nel pantheon delle figure di riferimento di Reggio Calabria”. Un modo “per sentirli ancora vivi e per farli conoscere anche a chi non ha avuto la fortuna di incontrarli, un messaggio di pace” per la vedova Attanasio, Zakia Seddiki, presente insieme ai genitori e alla sorella dell’ambasciatore ucciso e a Domenica Benedetto, fidanzata del carabiniere vittima dell’agguato.

 

“Non potrebbe esserci luogo migliore per ricordarlo – conferma Salvatore Attanasio, il padre del diplomatico – perché per tutta la vita ha cercato di costruire ponti fatti di cultura e fratellanza”. Non solo e non semplicemente il proprio dovere – sottolinea il rappresentante della comunità congolese in Italia Anselme Bakudila – “ma continui passi per andare verso l’altro. E noi da questa tragedia abbiamo deciso di imparare e di rilanciare il messaggio di apertura e ascolto dell’ambasciatore”.  

Ma soprattutto provare a farlo sentire anche ai grandi della terra che per gli ultimi elaborano programmi e progetti, ma forse senza ascoltarne la voce. “Il primo obiettivo dei 17 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è quello di sconfiggere la fame, ma come si può pensare di debellare la mancanza di cibo quando i contadini sono assediati dalle milizie? Come si può pensare di combattere i cambiamenti climatici quando si continua a trivellare per il petrolio, a scavare per il coltan – tuona Bakulida –  In Congo ci sono l’80% delle riserve del pianeta, non può essere oggetto di rapina, non può rimanere sotto terra. Discutiamo come sfruttarle”. 

Voci al momento inascoltate, al pari di quelle di chi vive negli ultimi venti Paesi del mondo, Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen. O meglio i venti che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20. Da febbraio, in Italia è nato un forum permanente –  TheLast20 – che attraverso una serie di eventi in diverse città d’Italia si propone di “guardare il mondo con gli occhi degli ultimi” per “andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili”. 

Una riflessione collettiva che parte da una quattro giorni a Reggio Calabria per poi proseguire con una serie di incontri previsti dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza. 

“Si dice sempre che l’Italia non si potrà sviluppare se viene tagliato fuori il Mezzogiorno, lo stiamo sentendo dire anche rispetto al Recovery Fund in questi giorni”, dice il vicesindaco di Reggio Calabria, Tonino Perna, per spiegare l’iniziativa. “Allo stesso modo, a livello globale, non si può pensare di ignorare gli ultimi, che sono resi tali non solo da loro responsabilità, ma anche da alcuni meccanismi come le guerre, il cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali”. 

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