Messa così, l’inizio assomiglia già alla fine. «Ci hanno sottoposto a un’altra straziante offesa, peraltro totalmente inutile. L’ennesima presa in giro egiziana. Impietosa e dolorosissima» dicono, distrutti, Paola e Claudio Regeni. Oggi gli uffici giudiziari italiani ed egiziani si incontreranno, dopo mesi di silenzio, per riavviare la collaborazione sull’inchiesta di Giulio Regeni.
Ma in queste ore c’è stata già una pessima premessa: gli egiziani hanno consegnato alla famiglia Regeni, come promesso, gli effetti personali di Giulio. Ma quelli fatti arrivare in Italia non erano oggetti appartenuti a Giulio. Piuttosto cianfrusaglie che, chi voleva depsitare le indagini sull’omicidio, voleva far credere fossero i suoi.
Con ordine: il procuratore capo di Roma, Michele Prestipino, insieme con il sostituto Sergio Colaiocco, vedranno oggi in videoconferenza, dopo mesi di silenzio, i magistrati egiziani che si occupano dell’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Si tratta dell’incontro al quale tanto ha lavorato il nostro governo e che, nelle intenzioni, dovrebbe sancire la ripresa della collaborazione. Così come promessa al premier Giuseppe Conte dal presidente egiziano Al Sisi. Un fatto “slegato” dalla vendita delle due fregate militari costruite da Fincantieri all’Egitto, ma che doveva essere il segnale del riavvicinamento tra i due Paesi.
In quest’ottica gli egiziani avevano promesso anche un gesto simbolico. Inviando in Italia gli oggetti appartenuti a Giulio, così come chiesto dalla famiglia più di tre anni fa. Per recuperarli si sono mossi direttamente i nostri servizi di intelligence che sono volati fino al Cairo. E in queste ore li hanno fatti avere alla famiglia Regeni. Non c’è stato, purtroppo, bisogno di troppo tempo per capire quello che subito era sembrato chiaro a tutti: nulla di quello che è stato consegnato apparteneva a Giulio. «Quando ci hanno detto che dovevamo andare a vedere degli oggetti he la procura egiziana aveva consegnato ai nostri servizi attribuendoli a Giulio, ci siamo sentiti male. Abbiamo provato la stessa angoscia di quando ci avevano chiesto di riconoscere il corpo senza vita di nostro figlio» dicono a Repubblica.

Non immaginavano però la beffa: gli oggetti consegnati, come fa notare una fonte italiana, «sono tecnicamente delle prove di reato: ma non per l’omicidio di Giulio, ma sul depistaggio messo in atto per coprire i veri responsabili». Sono infatti gli occhiali, il portafoglio, il porta documenti che gli agenti della National security fecero ritrovare a casa di uno dei cinque innocenti uccisi in un conflitto a fuoco con la polizia egiziana. I cinque che, in un primo momento, erano stati ingiustamente accusati di aver ucciso il ricercatore italiano.
A capire che si trattava di un depistaggio fu proprio la procura di Roma, anche grazie a quelle cianfrusaglie mostrate in tutta fretta dal governo egiziano poche ore dopo la morte dei cinque. Furono però alcuni loro parenti a dire pubblicamente che quegli oggetti erano stati portati da uno della National security: si tratta di Mahmud Hendy, uno dei cinque indagati della procura di Roma. E che oggi i magistrati romani chiederanno di interrogare, insieme con gli altri. O almeno di conoscere il suo domicilio per poterlo processare.

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