«Alla dermatologia va restituito il ruolo centrale che le compete nell’ambito della prevenzione primaria e secondaria, diagnosi, trattamento e gestione delle patologie oncologiche cutanee e in quello delle tante patologie dermatologiche che impattano pesantemente sulla vita delle persone».

A parlare sono i dermatologi della SIDeMaST, la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, che nei giorni scorsi hanno presentato al ministero della Salute osservazioni e proposte sul nuovo Dm 70, in via di definizione. Il documento (che interviene sul decreto che dal 2015 regolamenta gli standard ospedalieri) per i dermatologi va corretto per non penalizzare l’assistenza ai pazienti.

Quindi, no a “cure dimagranti” dei posti letto in regime ordinario, che vanno garantiti anche presso altre specialità (medicina interna, geriatria ecc.), ma incremento del numero dei ricoveri terapeutici in Day Hospital e in Day Surgery; ampliamento dei Drg dermatologici il cui numero troppo ridotto (sono appena quattro), non considera gli elevati livelli di gravità delle patologie dermatologiche e non differenzia i livelli di intensità di cura. E infine, l’inserimento della figura del dermatologo nella rete Emergenza-Urgenza per garantire un triage appropriato.

Ai nostri microfoni la questione esaminata dalla professoressa Gabriella Fabbrocini, Direttore dell’UOC di Dermatologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli e consigliere SIDeMaST.

Stop a riduzione degenze ordinarie

«Nel corso degli anni – afferma – abbiamo assistito a un grande depauperamento delle strutture di degenza ordinaria e posti letto. Il DM 70 amplia ancora di più il numero di abitanti per posti letto, e il rischio è che così i reparti di Dermatologia scompariranno, traducendosi nel non poter più dare assistenza a una serie di patologie anche molto serie (tra cui ulcere cutanee, pemfigoide bolloso, malattie autoimmunitarie cutanee, malattie rare e ITS che complicano i quadri di stretta pertinenza ginecologica ostetrica) con quadri quot vitam, per non parlare delle patologie oncologiche cutanee e dei pazienti fragili con comorbidità. In questi casi – osserva – intervenire senza poter offrire un posto letto è impensabile».

Ampliare offerta Day-Hospital e Day Surgery

«Alle carenze di posti letto si è tentato in questi anni di sopperire con i Day-Hospital terapeutici e i Day-Surgery – spiega Fabbrocini – che andrebbero comunque implementati e ripensati, prevedendo anche Day-Hospital diagnostici. È una branca specialistica, la dermatologia, che andrebbe interamente riprogrammata in base alle reali esigenze di salute dei cittadini. Non pretendiamo anacronisticamente di ripristinare il numero di posti letto di decenni fa – precisa – ma almeno il minimo sindacale per permettere ai pazienti di ricoverarsi, magari dedicando dei posti ai pazienti dermatologici negli altri reparti, o di effettuare le indagini diagnostiche necessarie. Abbiamo una grande attività ambulatoriale, che tuttavia non ci consente di offrire un’assistenza a 360 gradi».

Revisione e ampliamento dei Drg dermatologici

«C’è poi la grande problematica dei DRG (Diagnosis Related Groups) – continua la specialista – che andrebbero ampliati e rivisti: sono troppo pochi (solo quattro) e penalizzano la dermatologia in quanto non tengono conto degli elevati livelli di gravità di molti casi in diverse patologie dermatologiche, oltre a non permettere di differenziare i vari livelli di intensità di cura necessari all’interno anche di singole malattie.

Dermatologi nella rete emergenza urgenza

«Infine, bisognerà considerare l’inserimento dei dermatologi nella rete di Emergenza-Urgenza. Le nostre competenze specialistiche – sottolinea Fabbrocini – sono fondamentali nella gestione di alcune emergenze e non sono quasi mai presenti in PS, cosa che invece consentirebbe di poter effettuare un giusto triage riducendo il carico di lavoro assistenziale delle strutture di riferimento».

I fondi del PNRR rischiano di implementare cattedrali nel deserto

«Ad oggi i fondi del PNRR sembrano essere destinati quasi esclusivamente a riforme strutturali, che sono per carità necessarie, tuttavia il vero grande problema – osserva Fabbrocini – non solo nella nostra branca ma in generale nel panorama sanitario italiano, sono le risorse, il personale, e la programmazione che ne è alla base. Qualsiasi implementazione strutturale o tecnologica rischia di restare una cattedrale nel deserto – conclude – se alla base continuerà a sussistere questa atavica carenza di personale a causa della fuga all’estero dei nostri medici che risentono sempre più della mancanza di contratti adeguati e di soddisfacenti possibilità di carriera».

 

 

 



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