Un assalto che non conosce tregua, uno stillicidio di violenza logorante, esasperato ed esasperante. Che non si è placato nemmeno nella (breve) parentesi di inizio pandemia, quella dei “medici eroi” che pure sembrava per un attimo aver ricucito un corto circuito culturale nel rapporto tra cittadini e operatori sanitari. Viceversa, a giudicare dagli episodi susseguitisi nel corso degli ultimi mesi, le aggressioni al personale sanitario sembrano aver ricevuto nuova linfa dal sentimento di frustrazione e sfiducia dominante, dalla paura e dall’impotenza generata dal contesto pandemico, di cui medici e infermieri diventano capro espiatorio. Nonostante siano in prima linea o, probabilmente, proprio a causa di questo. Punching ball umani, alla mercè di reazioni sconsiderate, non filtrate, per le quali finanche il dolore di una perdita non può e non deve costituire giustificazione.

Gli episodi di aggressioni

A fare da trigger nell’escalation di violenza è spesso, infatti, la perdita di un familiare dell’aggressore, come accaduto nei giorni scorsi al Pronto Soccorso dell’Ospedale Perrino di Brindisi, dove il figlio di una paziente, arrivata già in coma in PS e lì deceduta nonostante le manovre di rianimazione del personale, ha colpito con calci e pugni il medico di turno uscito per dare la triste notizia.

«Non abbiamo più parole. Il collega aggredito non si dà pace, lui era lì per aiutare, e tra l’altro era in sostituzione di un turno – è il duro sfogo di Arturo Oliva, presidente dell’OMCeO brindisino -. Siamo pervasi da un senso di solitudine e abbandono. Siamo il bersaglio più facile, considerati rei di ogni stortura che appartiene al mondo della sanità. Eppure sappiamo che le colpe di queste storture vanno ricercate altrove, nei decenni di tagli e di mancata programmazione. Tutto questo ci avvilisce, ci mortifica a livello umano prima ancora che professionale. Temo che a un certo punto – continua Oliva – resteranno nei PS solo i cartoni sagomati, non personale in carne e ossa. Colleghi costretti a turni massacranti, assunti con contratti che raschiano il fondo di un barile, a fronte di cosa? Se ci fosse ancora qualcuno ad appetire la professione di urgentista, mi creda, a quest’ora sarà già più che scoraggiato».

La giornata contro la violenza agli operatori sanitari

Un episodio che avviene proprio in concomitanza con l’istituzione, per decreto ministeriale, della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, che cadrà il 12 marzo di ogni anno. «Dopo le numerose e gravi azioni rimaste impunite nel tempo – osserva il presidente OMCeO Brindisi – quello che chiediamo sono azioni concrete, che ci permettano di lavorare in sicurezza, organici sufficienti e un presidio di polizia fisso. Non pretendiamo di essere considerati eroi – conclude – ma di certo non vogliamo essere martiri».

«Occorre un cambio di passo, contro ogni forma di violenza, vecchia e nuova», ha twittato il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, e proprio sui social si registra una preoccupante impennata di aggressioni e minacce al personale sanitario.

La dottoressa Silecchia e “Notturno”

Ma le aggressioni al personale sanitario mostrano anche un altro volto, forse ancora più subdolo. Quelle perpetrate non a seguito di una reazione “a caldo” ad un evento specifico, ma quelle scaturite dall’occasione o dall’opportunità, o ancora premeditate al solo fine di nuocere, distruggere, rubare. Stuprare. Persino uccidere. Lo ha raccontato ai nostri microfoni la dottoressa Ombretta Silecchia, medico di Medicina Generale, vittima di aggressione durante un turno di guardia medica, la cui storia è raccontata anche nel docufilm “Notturno”.

«Nei turni di continuità assistenziale si lavora in totale solitudine, in zone spesso isolate, in ore notturne e senza videosorveglianza e questo ci rende dei bersagli facili, donne e uomini, indistintamente. Nonostante io sia stata vittima di aggressioni e minacce nel corso degli anni – osserva la dottoressa – posso dire che mi è andata bene, se non altro sono qui a raccontarlo. Nei piccoli centri le persone sanno che nella notte X quel determinato medico è di turno, da solo, e il malintenzionato con la scusa di un bisogno di salute può agire indisturbato per aggredire, molestare o peggio. Ci sono stati casi di stupro e omicidio a danni di colleghe. Quello che chiediamo a gran voce – continua Silecchia -è di non restare soli, non solo in ambulatorio ma anche nelle visite a domicilio, laddove una volta che rispondiamo a una chiamata magari in piena notte, con una telefonata non tracciata, quando e la porta si chiude dietro di noi possiamo essere in balia di chiunque. Sicuramente il provvedimento legislativo che prevede la procedibilità d’ufficio e l’inasprimento delle pene è un segnale importante – conclude – ma il passo successivo deve essere quello di riorganizzare il lavoro, togliendoci dalla solitudine».

Anelli (FNOMCEO): «Soddisfazione per istituzione giornata»

«Apprendiamo con soddisfazione – aggiunge il presidente FNOMCeO, Filippo Anelli –  che il Ministro della Salute Roberto Speranza, di concerto con il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e il Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, abbia firmato il decreto che indice la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, il 12 marzo di ogni anno. Una data per noi significativa, perché coincide con quella della Giornata europea promossa dal Ceom, il Consiglio degli Ordini dei Medici europei. Si aggiunge così un importante tassello alla piena applicazione della Legge 113 del 14 agosto 2020. Ora chiediamo che sia convocato l’Osservatorio previsto dalla stessa Legge, che comprende, al suo interno, rappresentanti delle Professioni sanitarie».

 



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