Massimo è sempre stato affascinato dal dipinto di Munch, L’Urlo, finché nel 2009 decide di farselo tatuare sul braccio. Ma quando il tatuatore gli suggerisce di nascondere un neo tra le linee nere del vestito dell’uomo del quadro, Massimo dice di no, e chiede invece di lasciarlo a vista, quel neo lì. “A salvarmi – ricorda – è stato l’istinto di non farmi coprire il mio neo”. Che infatti, 11 anni dopo, nel 2020, il dermatologo riesce a valutare e a asportare. La diagnosi istologica? Melanoma.

“Mai tatuare i nei, bisogna mantenersi ad almeno un centimetro di distanza. Solo in questo modo è possibile individuare qualsiasi trasformazione del neo per tempo. E salvarsi la vita, perché una diagnosi tardiva di melanoma può essere fatale”, dice Ignazio Stanganelli, direttore della Skin Cancer Unit IRCCS Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori, professore associato dell’Università di Parma e presidente di IMI, l’Intergruppo Melanoma Italiano che ha organizzato un incontro online sul tema body art e melanomi, dal titolo “Il melanoma nascosto nel tatuaggio”.

Dopo l’asportazione del melanoma 

Sessanta milioni di europei e 7 milioni di italiani si sono sottoposti ad almeno un tatuaggio: un mare di uomini e donne (più donne che uomini) ha ceduto al richiamo di un’arte antichissima. Ma che deve essere eseguita con consapevolezza, sapendo che il melanoma è un tumore aggressivo, che in Italia colpisce oltre 14milla persone ogni anno ed è attualmente il terzo tumore più frequente al di sotto dei 50 anni.

I falsi positivi: il problema dei melanomi sospetti

Ovviamente la questione non è che i tatuaggi provochino il cancro, il problema è che possono ritardarne la diagnosi, perché i colori, soprattutto il nero ma non soltanto, nascondono i nei, li occultano agli occhi sia dei pazienti che dei dermatologi. “È esattamente così – conferma Stanganelli – oggi non abbiamo dati sull’esposizione a lungo termine agli inchiostri né prove sufficienti per poter affermare che i pigmenti utilizzati per questa forma di body art arte siano cancerogeni. Sappiamo però per certo e che i tatuaggi possono impedire che un melanoma venga riconosciuto”. Ma non solo questo: visto che i colori non permettono un’analisi corretta dei nei, i tatuaggi possono favorire anche il fenomeno dei falsi positivi. “Sono i cosiddetti melanomi sospetti – spiega il presidente IMI – In questi casi il medico è costretto sempre ad asportare la lesione perché di fatto non può discernere se si tratti di una lesione benigna o maligna. Infine c’è la questione delle dimensioni del tatuaggio: quando il diesgno è molto esteso è più difficile per lo specialista l’individuazione di un neo a rischio”.

Quando è meglio non tatuarsi

È  chiaro dunque che non stiamo parlando di rinunciare a farsi tatuare, se si ha voglia di farlo, ma di farsi tatuare tenendo conto delle indicazioni degli esperti. “Chi tende ad avere tanti nei da giovane – dice però Giuseppe Scarcella, responsabile nazionale del dipartimento Laser & Hight tech di ISPLAD, International and Italian Society of Plastic-regenrative and oncologic Dermatology – è più facile che ne sviluppi altrettanti da adulto, dovrebbe sottoporsi a visite periodiche di controllo ed evitare di farsi tatuare. Stessa cosa per chi ha una familiarità per il melanoma o storie di tumori cutanei”.  Ecco, “io sono l’esempio di tutto questo” riprende a raccontare Massimo, che nel webinar narra la sua storia di paziente: ha la carnagione chiara, tanti nei già da ragazzo e un caso di melanoma in famiglia, ma al tatuaggio non ha saputo rinunciare. “Non ho rimpianti per averlo fatto – dice – anche se oggi non lo rifarei”.

Tatuati, tatuatori e pentiti

Secondo un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, l’età media del primo tatuaggio è circa 25 anni, anche se la percentuale più alta di tatuati (23,9%) rientra nella fascia d’età 35-44 anni. La quasi totalità di chi si tatua, il 96,5%, lo fa per ragioni estetiche, lo 0,5% con finalità mediche e il 3% come trucco permanente. Il 12,8% è la percentuale degli italiani tatuati, che sale al 13,2% se si considerano anche gli ex-tatuati: una persona su quattro, infatti, si pente e si rivolge ai dermatologi per farsi togliere il tattoo. “Anche se i tatuaggi si possono rimuovere con il laser – spiega Scarcella – il problema dei nei ‘nascosti’ rimane. Il trattamento infatti non può essere eseguito sui nei, che quindi o vengono rimossi chirurgicamente, prima, o si lascia un contorno tatuato di circa 3 millimetri attorno al neo. Il che in certi casi può comportare un ‘avanzo’ di tattoo anche di un centimetro quadrato”.

Tatuaggi vietati under 16

Un dato che colpisce è quello sui minorenni: oggi il 7,7% di chi si è sottoposto a questa pratica ha tra i 12 e i 18 anni. “Un dato che preoccupa perché che i tatuaggi su un minorenne si possono eseguire solo dai 16 anni in poi – è il commento del dermatologo – e occorre comunque una liberatoria scritta dei genitori. Purtroppo, la normativa è regionale per quanto riguarda le sanzioni, ma in ogni caso sotto i 16 anni il tatuaggio è vietato per legge”.

Oltre il melanoma

Il consenso informato viene firmato da appena il 26,8% di chi si sottopone a questa pratica – dicono gli esperti – che pure comporta dei rischi per la salute anche oltre ai melanomi. Il 3,3% dei tatuati riporta complicanze, più o meno importanti, percentuale che sale al 6,6% in caso predominino gli inchiostri rossi o gialli. “Tra quelle più comuni – sottolinea Scarcella – c’è il dolore (39,3% dei casi), eczema e prurito (26,7%), allergie (17,5%). Inoltre si possono scatenare anche reazioni granulomatose (27,7%) da corpo estraneo o simil-sarcoidee, reazioni pseudolinfomatose e reazioni pseudoepiteliomatose. In ogni caso, più della metà delle persone che ha avuto una reazione non ha consultato nessuno. Il 20% si è rivolto al tatuatore, il 10% a un dermatologo e un altro 10% al medico di base”.

La legge e l’abusivismo durante la pandemia

In Italia è abilitato a tatuare solo chi è in possesso dell’attestato di frequenza di uno specifico corso di formazione regionale e che operi nel rispetto dei requisiti igienico-sanitari previsti dalle linee guida del Ministero della Salute. Secondo l’ultimo censimento dell’Istituto Superiore di Sanità nel dicembre 2017, i centri autorizzati nel nostro Paese erano 4.103, ma secondo l’Associazione Tatuatori oggi questa cifra è raddoppiata. “E’ da anni che ci battiamo affinché la nostra professione venga regolamentata a livello nazionale – dichiara Massimiliano Freguja Crez, rappresentante Veneto dell’Associazione Tatuatori.it – Chiediamo linee guida chiare per quanto riguarda la formazione e che il riconoscimento sia nazionale e non regionale, come è oggi. Solo così si può garantire una sicurezza igienico-sanitaria di elevata qualità a tutela di tutti e in grado di contrastare l’abusivismo”, un fenomeno che è aumentato dal COVID: con la chiusura nelle zone rosse dei centri autorizzati – assicurano gli esperti – si è registrato un boom di abusivi, con un potenziale aumento dei rischi per chi si sottopone ai tatuaggi. “Il tatuaggio è la prima forma di arte figurativa policroma – conclude Freguja Crez – ed è a tutto corpo: il che tra l’altro implica una seria preparazione dei tatuatori poiché quando si lavora su grandi superfici di pelle è più facile che ci siano nei da salvaguardare. La nostra abilità sta nel posizionare il disegno in modo da non impedire corrette diagnosi e cure di tumori della pelle e melanomi”.

 

Informare e divulgare

“In questo contesto è fondamentale più che mai anche il ruolo dell’informazione fornita delle associazioni dei pazienti. Un adeguato programma divulgativo – riflette Giovanna Niero, presidente dell’Associazione Italiana Malati di Melanoma – favorirebbe la consapevolezza dei rischi e funge da guida per un migliore stile di vita, potenziando la relazione tra medici e utenti. Grazie a campagne di sensibilizzazione e di educazione – conclude – il melanoma è sempre più frequentemente riconosciuto dalla persona che ne è affetta o da un suo familiare nelle fasi iniziali e di conseguenza è necessario aggiornare costantemente tutte le informazioni relative a questo tumore della pelle altamente aggressivo, dalla prevenzione, diagnosi e cura al settore dell’assistenza e del sostegno ai malati”.

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