Le vicende legate alla “Terra dei Fuochi” e all’inquinamento ambientale relativo a particolari aree della Campania hanno dato il via a diversi interventi. Tra questi, il “Piano Integrato Campania Trasparente”, uno studio innovativo che prevede il monitoraggio dei suoli, delle acque, dei prodotti agro-alimentari. E anche il biomonitoraggio sulla popolazione residente mediante la conduzione dello Studio di Esposizione nella Popolazione Suscettibile (SPES). Studio promosso dal Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno in collaborazione con l’IRCCS G. Pascale di Napoli.

L’obiettivo di SPES è valutare la relazione tra inquinanti ambientali (metalli pesanti, IPA, PCB, diossine) e salute in Campania. La valutazione è stata effettuata misurando in maniera sistematica i biomarcatori di esposizione, di effetto o danno nei fluidi biologici. Ciò al fine di verificare eventuali differenze di rischio e/o di salute fra residenti nelle diverse aree territoriali campane.

Microbioma, un interprete dell’interazione ambiente-salute

Gli inquinanti ambientali di diverse famiglie chimiche possono raggiungere il microbioma intestinale, dove possono essere metabolizzati e trasformati. Il modo in cui i nostri simbionti intestinali rispondono all’esposizione all’inquinamento ambientale è ancora poco conosciuto.

Il recente studio condotto dalla Federico II ha confermato l’influenza dell’inquinamento ambientale sulla composizione del microbioma intestinale. Soggetti provenienti da aree altamente inquinate, infatti, hanno mostrato concentrazioni ematiche più elevate di diossina e metalli pesanti. Ma anche un aumento dei geni microbici legati alla degradazione e/o alla resistenza a queste molecole.

Ecco perché il microbioma può essere considerato un interprete dell’interazione ambiente-salute e un parametro di valutazione del rischio

Il microbioma intestinale è un attore fondamentale nell’interazione tra ambiente e salute che può contribuire alla disintossicazione dai composti tossici. Dovrebbe, pertanto, essere preso in considerazione quando si sviluppano modelli di valutazione del rischio.

L’esposizione ai metalli pesanti promuove anche nel microbioma intestinale lo sviluppo di antibiotico-resistenza. Infatti, in letteratura è riportato che la resistenza ai metalli e quella agli antibiotici sono fenomeni spesso correlati, in quanto i geni coinvolti sono gli stessi. O sono localizzati in punti vicini del genoma microbico.

Il succitato studio sulla Terra dei Fuochi, pubblicato sulla rivista internazionale Nature Communications, ha preso in considerazione un sottogruppo di 359 soggetti della coorte SPES. Ciò per valutare l’impatto dell’esposizione all’inquinamento sulla composizione del microbioma intestinale e sulle sue potenziali funzioni.

La ricerca ha evidenziato che in soggetti provenienti da aree a diverso impatto ambientale si è osservato un diverso incremento dei geni microbici nell’intestino. Questi ultimi sono legati alla degradazione e/o alla resistenza agli inquinanti.

I microrganismi si adattano alle condizioni ambientali

Lo studio napoletano sulla Terra dei Fuochi rappresenta un’ulteriore evidenza del processo di co-evoluzione del microbioma intestinale con l’uomo. I nostri microrganismi si adattano alle condizioni ambientali a cui siamo esposti e i contaminanti ambientali spingono le nostre popolazioni microbiche ad attrezzarsi per degradarli.

La ricerca apre nuove frontiere nella lotta all’inquinamento. In particolare «per quanto riguarda la capacità dei microrganismi di promuovere meccanismi di adattamento dell’uomo a situazioni di rischio ambientale». Lo afferma Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria e responsabile scientifico per gli studi sul microbioma dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Il microbioma e le correlazioni ambiente, cibo, salute

«Lo studio del microbioma rappresenta un innovativo approccio nell’ambito delle correlazioni ambiente, cibo, salute». Così il direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, Antonio Limone. «L’alterazione di questi batteri, che costituiscono il 3% del corpo umano, risulta responsabile di varie malattie, tra cui obesità, patologie croniche degenerative e immunitarie. Studiare i fattori che influenzano la composizione di oltre 10.000 specie di batteri che ospitiamo, ci porta a sviluppare nuove strategie di profilassi e terapeutiche».

Lo studio è stato svolto nell’ambito del progetto “Linking environmental pollution and gut microbiota in individuals living in contaminated settlements”, finanziato dal Ministero della Salute. Responsabile scientifico è Francesca De Filippis, ora professore associato di Microbiologia al Dipartimento di Agraria.

Fonte: Nature Communications



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