Che il corredo genetico di ognuno di noi possa caratterizzare anche la risposta ai trattamenti è fuori di dubbio. Questa realtà scientifica, che vede in alcuni geni la chiave per valutare la risposta dell’organismo in risposta ad un trattamento, potrebbe però spiegare anche la differenza di reazione da parte di una persona rispetto ad un’altra dopo trattamento con composti ricchi di olio di pesce, quindi considerati utili per la presenza di acidi grassi Omega-3 ad azione protettiva sul profilo lipidico. Spesso infatti ci si chiede come mai questi componenti, di cui sono particolarmente ricchi naturalmente numerosi prodotti ittici, possano influire significativamente nel far calare il tasso dei trigliceridi nel sangue in alcuni soggetti, mentre in altri il loro effetto sarebbe minimo. La risposta, stando ad una ricerca condotta dagli scienziati dell’Università della Georgia pubblicata su PLOS Genetics, sarebbe da ricercare nel genotipo dell’individuo.

Gli effetti benefici sul profilo lipidico dell’integrazione sarebbero infatti correlati alla presenza di determinati caratteristiche del DNA di ogni persona. La ricerca è stata coordinata da Kaixiong Ye dell’Università della Georgia (coinvolti anche studiosi degli atenei di Tulane e del Texas) prende in esame solamente uno specifico aspetto del profilo lipidico, ovvero i valori dei trigliceridi, particolari grassi che possono essere considerati un “indicatore” aggiuntivo del rischio cardiovascolare. Ebbene, pur se si sa che in presenza di concentrazioni più elevate di omega-3 nel sangue cala il rischio di patologie cardiovascolari, pare proprio che integrando l’alimentazione con olio di pesce la reazione del singolo organismo sarebbe guidata dalle caratteristiche del Dna. In presenza di un “habitus” genetico ottimale l’effetto dell’integrazione con olio di pesce sarà ovviamente quello desiderato, ma se non si ha un genotipo giusto si rischia di avere effetti estremamente limitati, se non addirittura controproducenti.

 

La “fonte” delle informazioni genetiche è stata la UK Biobank, grande banda dati inglese che incrocia quanto si osserva nel DNA delle persone coinvolte (circa mezzo milione) con la situazione sanitaria. Gli esperti hanno identificato 70.000 individui da studiare, divisi in due gruppi: in uno hanno inserito tutti coloro che assumevano integrazione con olio di pesce, nell’altro chi invece non prendeva nessuna integratore a base di acidi grassi omega-3. Poi hanno valutato tutto il patrimonio genetico delle persone coinvolte nello studio, per arrivare infine ad eseguire appunto quasi 65 milioni di controlli.  Risultato? La “chiave” degli effetti dell’integrazione sui valori di trigliceridi appare correlata ad un specifico gene, chiamato GJB2. Chi ha un particolare genotipo, definito AG, avrebbe l’effetto desiderato in termini di calo dei valori di trigliceridi nel sangue dopo assunzione di acidi grassi omega-3. Al contrario, chi presenta altre caratteristiche genetiche (genotipo AA) in caso di integrazione con Omega-3 rischierebbe addirittura di veder salire i valori del trigliceridi. Grazie a questa analisi sofisticata si potrebbe anche arrivare a capire come mai gli studi condotti sull’integrazione con Omega-3 abbiano condotto in alcuni casi a risultati discordanti, dimostrando a volte l’efficacia della supplementazione e in altri casi la sua sostanziale scarsa utilità in prevenzione delle patologie cardiovascolari. Secondo gli esperti guidati da Ye, infatti, ci sarebbe il rischio di inserire nell’analisi dei risultati soggetti con genotipo “vario” e quindi di non giungere ad esiti chiari della ricerca.

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