Gli scienziati cinesi hanno identificato un nuovo virus: si chiama Langya (LayV) ed ha infettato almeno 35 persone negli ultimi quattro anni in Cina, tra le province di Shandong e Henan. A descrivere la comparsa e la diffusione di questo virus, identificato nei tamponi faringei, sono stati gli studiosi cinesi e di Singapore. La ricerca è stata pubblicata pochi giorni fa sul New England Journal of Medicine.

Langya: i casi accertati, lo studio

Secondo gli studiosi il paziente zero è una cinquantatreenne ricoverata alla fine del 2018. Successivamente, attraverso il monitoraggio della nuova malattia, sono stati individuati altri 34 pazienti affetti dal medesimo virus che, non avendo avuto alcun contatto accertato tra loro, potrebbero essersi infettati direttamente dagli animali. Secondo gli esperti il Langya, infatti, potrebbe derivare dal toporagno. Febbre, tosse e stanchezza, sono i sintomi dell’infezione che, pur non avendo causato la morte in nessun paziente, può compromettere la funzionalità renale e del fegato.

Da dove viene il virus Langya

Il Langya appartiene alla famiglia degli Henipavirus, di cui fanno parte altri pericolosi patogeni come Hendra (HeV) e Nipah (NiV), di solito presenti nei pipistrelli e capaci di infettare anche l’uomo. Gli Henipavirus, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno un tasso di mortalità compreso tra il 40 e il 75%. Si tratta di una zoonosi da tenere sotto controllo e per gli esperti già il fatto che il cluster sia venuto alla luce è un buon segnale.

Gli effetti dei cambiamenti climatici

In generale, gli scienziati invitano a tenere la guardia alta di fronte ai virus. Un ulteriore avvertimento arriva da uno studio della University of Hawaii di Honolulu, pubblicato su Nature Climate Change. Le nuove condizioni climatiche a cui sta andando incontro la Terra aggraveranno del 58% l’impatto sugli esseri umani delle malattie infettive già note. I ricercatori hawaiani hanno scoperto oltre mille dinamiche attraverso cui i cambiamenti climatici possono favorire la diffusione nell’uomo degli agenti patogeni.

Dal troppo caldo alle piogge abbondanti

Il riscaldamento e i cambiamenti nelle precipitazioni, per esempio, possono fare espandere vettori come le zanzare, le zecche, le pulci e quindi le infezioni da essi trasmesse. Ancora, il riscaldamento a latitudini elevate consente sia ai vettori sia agli agenti patogeni di sopravvivere all’inverno, aggravando le epidemie nelle stagioni calde. Le temperature elevate, la siccità e gli incendi possono distruggere l’habitat di diverse specie o renderlo inospitale e portare i patogeni più vicini all’uomo. Non va meglio, però, nemmeno se piove troppo in un breve lasso di tempo. Temporali eccezionali possono portare al trabocco di acque reflue e alla trasmissione degli agenti infettivi che si vi sono contenuti.

Un’ipotesi estrema, ma non impossibile

I ricercatori non hanno trascurato nemmeno le ipotesi più estreme, ma non impossibili. Come quella dello scongelamento del permafrost (ovvero di quei terreni perennemente ghiacciati) che avvenendo potrebbe rimettere in circolo patogeni congelati da tempo. Un’eventualità che gli stessi ricercatori considerano «un vaso di Pandora» che potrebbe potenzialmente rimettere in circolazione un numero anche consistente di agenti patogeni anche del tutto sconosciuti al sistema immunitario umano.

 



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