TORINO – A cinque giorni dal Lione, la Juventus è un’entità indescrivibile anche per il suo stesso allenatore. È una squadra indecifrabile, con una soglia di affidabilità insondabile. E questo è un gran bel problema. Sarri ha ammesso che dopo la vittoria sulla Lazio, i suoi hanno staccato la spina: è questo è un problema ancora più grande, perché qualsiasi allenatore vi spiegherà quanto sia difficile riattaccarla. Difatti lo stesso Sarri, a denti stretti, lo ha infine ammesso: “Un po’ di paura questa squadra la fa anche a me: non è automatico riattaccare tutti gli interruttori”.


Ecco, paura: è un sentimento che affiora. “Ma un po’ di strizza non può che farci bene”. In questi nove anni, la Juve non ha mai sbracato in questo modo nel finale, nemmeno quando ha vinto gli scudetti con 17 punti di vantaggio. Né si è tirata mai indietro quando di mezzo c’erano le battute finali della Champions: logicamente le energie da dedicare al campionato venivano centellinate ma senza mettere da parte del tutto la voglia di vincere, di giocare le partite seriamente e di mandare in campo un buon numero di giocatori di primo piano. C’era un rallentamento gestito (in questo Allegri era un fuoriclasse), ma mai una disconnessione completa. La ragione era proprio quella dello stacco e del riattacco: scollegarsi dalla quotidianità lavorativa non equivale a un risparmio automatico di forze e di stress ma può provocare piuttosto un crollo di motivazioni difficile da riassestare, persino di fronte a una competizione così motivante come la Champions. L’impressione, poi, è che la Juve abbia in verità staccato molto prima della vittoria sulla Lazio: è dal secondo tempo della gara con il Milan alla trentunesima giornata, con quel tracollo che portò il risultato da 0-2 a 4-2, che i bianconeri hanno smesso di prendere le partite di petto. Guarda caso, quella venne giocata pochi minuti dopo la sconfitta della Lazio a Lecce: in quel momento la squadra si è trovata in largo vantaggio (+7 sui biancazzurri, +9 sull’Atalanta, +10 sull’Inter), si è sentita al sicuro e ha cominciato a staccare una spina dopo l’altra, tenendo connessi solamente i collegamenti essenziali per arrivare al traguardo con il minimo indispensabile degli sforzi. Così, nelle ultime otto giornate la Juve ha perso quattro partite su otto e incassato ben 17 reti.


Basteranno cinque giorni per resettare tutto questo e ripartire come se niente fosse? Sarri ribadisce che non è una questione né fisica né atletica, ma mentale, anche se molto dipenderà da Dybala, che da oggi tornerà ad allenarsi tentando il recupero. Il Lione che il tecnico ha visto venerdì sera nella finale di Coppa di Lega con il Psg, persa ai rigori, e che rivedrà oggi vivisezionandone ogni dettaglio (“Posso metterci anche quattro ore”) ha fatto una certa impressione. Non tanto per la condizione fisica del tutto indecifrabile (la squadra di Garcia non giocava una partita ufficiale da quasi cinque mesi) quanto per la compattezza, l’organizzazione generale, la lucidità nella gestione del gioco di fronte a una squadra molto più forte e teoricamente più in forma. Rispetto alla partita d’andata giocata a fine febbraio, il Lione ha perso Tousart, passato all’Hertha Berlino, ma ha ritrovato Depay, il capitano e il giocatore di maggior talento assieme ad Aouar, e scoperto Cacueret, centrocampista semidebuttante dei vent’anni che con il Psg ha fatto un figurone, mordendo le caviglie di Verratti e Neymar e segnando con freddezza una dei rigori della serie finale. Chi stia meglio, se chi non gioca da cinque mesi o chi lo fa già da un po’ e ha anche potuto gestire le energie, è impossibile saperlo. Il fatto inquietante è che la Juve sa prima di tutto poco o niente di sé stessa.



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