Il dottor Belloni ha un problema, e come lui tutti i medici delle Rsa d’Italia. Molti dipendenti delle case di riposo non vogliono farsi vaccinare. Paura, o negazionismo. Solo nella provincia di Pavia fino a qualche giorno fa solo il 40 per cento tra Oss (operatori sociosanitari) e Asa (ausiliari socioassistenziali) era favorevole al vaccino. Intanto, qualche parente già pensa di togliere il proprio padre o madre da strutture che non siano garantite Covid free. Giovanni Belloni, che è presidente di Simersa (Società italiana dei medici delle Rsa) ha deciso l’approccio diretto: incontri con i “ribelli” nelle case di riposo.

Risultati?
“Dopo dieci incontri, cioè 300 persone, siamo arrivati al 75-76 per cento. Ma è durissima”.

Ci faccia un esempio.
“Ieri mattina un’inserviente mi risponde con un no secco: ho paura, non mi fido. E io: ma di cosa, non si fida? Risposta: delle multinazionali dei vaccini, lo fanno solo per i soldi”.

Come fa, a farle cambiare idea?

“Questa non ha cambiato idea. Tornerò all’attacco, spiegando la necessità del vaccino, della tutela della salute pubblica, ma certe idee sono dure da sconfiggere”.

Quali sono i motivi che li spingono a dire no?
“Il primo, la paura degli effetti collaterali. Sul punto metto in gioco la mia esperienza: ho lavorato 38 anni al Policlinico San Matteo, sono stato presidente dell’Ordine dei medici di Pavia. Dopo la pensione ho scelto di dedicarmi alle Rsa, da otto anni lavoro nell’hospice di Broni, insomma, si fidano. Posso spiegare che gli effetti collaterali, se ci sono, sono minimi. Molti si convincono”.

E l’altro motivo?
“Stamattina uno dice: “Mi spieghi perché questo vaccino è stato realizzato in così poco tempo. Per altre malattie ci sono voluti anni, qui si corre troppo”. E un altro: “C’è un profitto sospetto da parte delle aziende farmaceutiche”. Lei capisce il livello… Spiego che la sperimentazione è valida, la vaccinazione indispensabile, che da tempo i parenti non possono visitare gli ospiti, quindi il contagio entra attraverso chi ci lavora: medici e infermieri, Oss e Asa. Che lo introducono dall’esterno, dalle loro famiglie, dalla vita che conducono. Che prima dobbiamo difenderci noi, così lavoreremo più sereni e potremo aiutare gli ospiti. Purtroppo c’è una componente di ignoranza. Uno ha detto: ‘Perché il virus dovrei prenderlo proprio io?’. Perciò bisogna intervenire decisi”.

E come.
“Spiegando che si può rischiare la sospensione dal lavoro per otto mesi. E qui bisogna distinguere tra i soggetti che non possono essere vaccinati, per ragioni sanitarie accertate: la presenza di un tumore in fase attiva, un problema di autoimmunità importante. Per loro, otto mesi di sospensione retribuiti. Nel caso dei no-vax, stesso periodo di sospensione, ma non retribuito”.

Perché otto mesi?
“Pensiamo che in otto mesi possiamo raggiungere una immunizzazione del 70 per cento anche nelle residenze per anziani. Entro il 20 gennaio dovremmo aver vaccinato tutti gli operatori delle Rsa del Pavese e nella prima decina di febbraio tutti gli ospiti”.

Ma su quale base, questa alternativa, o ti vaccini o ti sospendiamo?
“Lo ha spiegato su basi giuridiche il professor Ichino, che è un serio professionista. Inoltre ho il parere di due avvocati”.

E se qualcuno rifiutasse ancora?
“Trasferimento. Sempre che sia possibile, però. Bisognerebbe trovare mansioni che non siano a contatto con i pazienti. Nelle strutture grandi, come il Pio Albergo Trivulzio di Milano, sicuramente ci saranno posti da magazziniere, o altro. Nelle piccole no, è molto difficile”.

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