Il cambiamento climatico, ormai sempre più incalzante, rischia di fare da amplificatore agli inquinanti ambientali. «L’altra faccia dell’inquinamento» lo definisce la pediatra Laura Reali, presidente di ISDE Lazio, redattrice della rivista Quaderni ACP dal 2007, e referente per la Formazione dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri). Al suo attivo anche il libro “Inquinamento e salute dei bambini”, giunto alla seconda edizione. «L’esposizione a temperature elevate nel corso della gravidanza, può aumentare il rischio di esiti avversi come prematurità, ridotto peso alla nascita e natimortalità» spiega Reali a Sanità Informazione. Le conseguenze dell’esposizione agli inquinanti sono sotto gli occhi anche dei pediatri che registrano sempre più casi di asma e malattie dell’apparato respiratorio, ma anche cardiovascolare e neurologico. Non tranquillizza, secondo Reali, neanche la scelta di aumentare il numero di termovalorizzatori che rischiano di rappresentare un’ulteriore fonte di inquinamento: «Quelli di nuova generazione producono PM 2.5, polveri molto più sottili e con maggiore capacità di penetrare l’organismo attraverso le vie respiratorie» spiega Reali.

Dottoressa, quanto incide l’inquinamento e il cambiamento climatico sulla salute dei bambini?

«Il cambiamento climatico è l’altra faccia dell’inquinamento. Un aumento di temperatura cui sono esposti i bambini durante la vita in utero modifica il decorso della gravidanza, aumenta la frequenza degli eventi avversi in gravidanza, aumenta il rischio di avere nascite premature, basso peso del bambino e la natimortalità ». Tutto quello che produce inquinamento, e quindi le attività umane, determinano anche il cambiamento climatico perché aumenta la produzione di gas serra. A questo tipo di ambiente non più così favorevole i bambini sono esposti per primi, già durante la vita fetale. Sappiamo che non solo gli inquinanti ambientali, come le polveri sottili o i derivati del petrolio, sono dannosi per la salute del bambino e lo sono sia a livello respiratorio che a livello di sviluppo neurologico e immunitario, ma anche che l’inquinamento determinato da tutte queste sostanze favorisce un aumento della temperatura e quindi un aumento dell’esposizione dei bambini a temperature elevate».

Già dalla gestazione ci sono rischi…

«Si, sia dal punto di vista degli inquinanti a cui la donna viene esposta sia dal punto di vista della temperatura. I metalli pesanti che sono presenti nell’inquinamento dell’aria soprattutto delle nazioni più inquinate sono stati associati a maggior rischio di alterazioni dello sviluppo cerebrale del bambino: problemi di ritardo dello sviluppo, ADHD, ecc. e il rischio aumenta se l’esposizione a questo tipo di inquinanti avviene sin dalla fase di sviluppo fetale. Se poi a questo aggiungiamo il fatto che questo tipo di esposizione può durare per tutto il resto della vita è chiaro che i bambini sono i più rischio».

I rischi continuano anche nel corso della crescita?

«Se l’esposizione continua il bambino rischia anche perché in fase di crescita un organismo è più fragile. L’organismo umano ha delle “finestre” di maggiore sensibilità, come lo sviluppo fetale e i primi due anni di vita, durante i quali il cervello continua il suo sviluppo e le sinapsi si organizzano per quelle che saranno le vie definitive della funzionalità cerebrale. Anche il polmone, che ha iniziato a svilupparsi durante la vita fetale, completa il suo sviluppo entro il quinto anno di vita: l’inquinamento dell’aria mina la capacità finale di avere un polmone efficiente, e questo vale per altri organi».

Si è accorta da pediatra dell’aumento di determinate patologie legate all’inquinamento?

«Se nell’aria gli inquinanti aumentano a seguito di inquinamento da traffico veicolare o da riscaldamento delle case, circa nove ore dopo un picco di inquinamento aumentano gli accessi al Pronto soccorso di bambini che hanno con asma o problemi respiratori acuti, così come aumentano gli accessi degli anziani. Inoltre, il pediatra oggi è diventato un esperto di malattie croniche: noi vediamo un numero crescente di bambini con asma e con patologie anche importanti come diabete e obesità, e tutto questo ha sicuramente una componente ambientale. Il pediatra si è dovuto reinventare negli ultimi 20 anni un mestiere che prima era basato su malattie acute».

Come ISDE Lazio che posizione avete sui termovalorizzatori?

«La nostra posizione è stata pubblicata nel 2015 e non è mai cambiata. Il termovalorizzatore è un sistema di trattamento dei rifiuti antiquato e inquinante. La produzione di particolato combusto attraverso il termovalorizzatore, anche di ultima generazione, persiste. Le particelle prodotte sono di diametro inferiore rispetto ai vecchi inceneritori. Se i vecchi valorizzatori, di cui la letteratura già dimostra la pericolosità, erano tossici perché producevano diossine e PM10, quelli nuovi producono PM 2.5, che sono molto più sottili e con maggiore capacità di penetrare nell’organismo attraverso le vie respiratorie. Sono più insidiose. Nei nuovi termovalorizzatori i camini di diffusione delle polveri combuste sono più alti ma questo non fa altro che aumentare l’ombrello di ricaduta delle sostanze nel terreno. Alcuni usano le api e le uova di galline per la sorveglianza. Ma se andiamo a vedere nei terreni, nel miele o nelle uova si trovano pesticidi, diossine e polveri sottili a livelli elevati. Se poi anche fosse vero, come dicono i sostenitori, che i termovalorizzatori hanno un impatto inferiore a quello del traffico veicolare e del riscaldamento delle abitazioni, non sarebbe comunque giustificato aggiungere all’inquinamento da traffico e riscaldamento anche quello da termovalorizzatori. Per di più i termovalorizzatori vanno contro quanto stabilito dalla Comunità europea che ha deciso di orientare e sovvenzionare tutto ciò che riguarda le energie rinnovabili dismettendo qualsiasi sovvenzione per i termovalorizzatori e invitando tutti i paesi a cambiare il sistema secondo le norme dell’economia circolare».

Nel 2019 è stata approvata la legge per l’istituzione della Rete registro tumori, ma mancano ancora i decreti attuativi. Quanto è importante avere un registro epidemiologico che monitori le patologie che possono essere legate a fattori ambientali?

«I tumori sono solo uno dei numerosi danni che può fare l’inquinamento e sono quelli in genere a tempo di incidenza più lungo. Da un lato sarebbe auspicabile un registro tumori unico per l’intera nazione perché grazie alla lunghezza dei tempi di osservazione è stato possibile, come per esempio in Francia, la connessione tra alcuni tumori e alcuni tipi di inquinanti. Sui tumori, considerando il tempo che ci vuole e la numerosità degli inquinanti, è difficile avere risposte in tempi brevi. Nel Lazio lo studio ERAS sugli inceneritori della nostra regione è partito negli anni ‘90, abbiamo risultati pubblicati che arrivano al 2016 e indicano un aumento di rischio, ci sono altri risultati in corso, ma siamo sempre in termini di probabilità e possibilità. I tempi sono lunghi.

Quello che è rilevante, perché è breve l’effetto manifestato, sono le modificazioni epigenetiche. L’esposizione agli inquinanti riesce a cambiare l’espressione genica anche nell’ambito di una generazione. Agendo sulle espressioni geniche a livello di metilazione delle proteine che impacchettano il DNA e determinando spacchettamenti incongrui, si ottiene come risposta quello che stiamo vedendo: aumento di asma, malattie allergiche, diabete e altre malattie croniche e degenerative, sia nella popolazione adulta, che nella popolazione pediatrica. Tutto queste osservazioni e valutazioni sono complesse, non ci sono prove di causa ed effetto, dati i tempi e la complessità delle variabili, ma tutti gli studi pubblicati rilevano un aumento del rischio».

Se l’incidenza di asma e il tasso di allergia sono in netto aumento negli ultimi venti anni, quale può essere la motivazione di questo se non l’esposizione ambientale?

«I politici devono tenere presente questa componente: tutto quello che pensano di risparmiare nel breve periodo magari utilizzando l’incenerimento come sistema di smaltimento dei rifiuti, può rappresentare un rischio nel lungo periodo e anche un costo per la sanità futura. Un costo che potrebbe essere enorme: assistere per l’intera vita un soggetto che ha una patologia cronica ha costi elevatissimi».

 



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