Il BTp Italia 2030 è stato uno dei titoli di stato più popolari emessi nel periodo di alta inflazione. Debuttò sul mercato a fine giugno con durata iniziale di 8 anni, quando l’inflazione era già alta e sarebbe aumentata ulteriormente nei mesi successivi. La prima cedola semestrale, grazie all’elevata indicizzazione, fu di 72,33 euro lordi su ogni lotto minimo di 1.000 euro nominali, con un rendimento superiore al 7%.
Attualmente, l’inflazione italiana è scesa ai livelli più bassi dell’Eurozona, con un tasso dell’1,2% su base annua a novembre. Di conseguenza, i BTp Italia sembrano avere perso appeal tra gli investitori retail, con un volume di scambi sul Mercato obbligazionario Telematico di Borsa Italiana di meno di 212 milioni di euro su un capitale complessivo di 9,44 miliardi.
Tuttavia, questo bond offre cedole agganciate all’indice FOI dell’ISTAT, cioè tutela dall’inflazione. Quando l’inflazione è alta, il suo costo è elevato, mentre quando l’inflazione è bassa, il suo costo è contenuto. Il BTp Italia 2030 ha assolto la sua funzione, staccando cedole per 160,44 euro su ogni 1.000 euro nominali sottoscritti, con un rendimento netto reale positivo.
Il bond tratta a 101 sul mercato secondario, offrendo un rendimento alla scadenza di 1,41%, mentre il bond con simile durata e cedola fissa offre intorno al 2,80%. La differenza di 1,40% segnala le aspettative d’inflazione in media da qui alla metà del 2030. Inoltre, il BTp Italia 2030 offre una protezione negli scenari avversi, come una polizza assicurativa, e il suo valore risiede nella garanzia offerta.
Il rischio di cui discutiamo è l’inflazione, che può sempre rialzare la testa più in fretta di quanto crediamo, ed è connesso al rischio fiscale di questi anni. I governi non riescono a chiudere i bilanci in equilibrio, sovra-spendono e s’indebitano, mettendo pressione agli stessi rendimenti sovrani e minacciando la stabilità dei prezzi.