SU Spotify Italia da luglio 2017 appare una playlist di canzoni per la sala operatoria: Surgeons Soundtrack, 31 brani selezionati tra le preferenze dei chirurghi degli Stati Uniti. Ma se andate su Spotify UK o Spotify US, oppure su Apple Music, Deezer o la piattaforma podcast Spreaker, sono dozzine le playlist pubbliche proprio per le chirurgia. Ad un nostro sondaggio-lampo sull’utilizzo delle musica nelle sale operatorie italiane, quasi tutti i chirurghi che hanno risposto dicono di utilizzarla, dal Nord al Sud. La questione appare tutt’altro che frivola. Da anni, le più autorevoli riviste mediche ospitano studi ed interventi sull’argomento. Perché la musica in chirurgia farebbe bene sia agli operatori che al paziente.

Gli studi

 Una review sistematica delle ricerche è apparsa da poco su International Journal of Surgery. Ha valutato 18 studi internazionali. I due autori, Michael El Boghdadyab (università Dundee ed Edimburgo) e Beatrice Marianne Ewalds-Kvistcd (università di Turku, Finlandia, e Stoccolma, Svezia) hanno evidenziato un effetto positivo della musica sulle performance operatorie che superano gli aspetti negativi. La musica classica, in particolare, se ascoltata a basso o medio volume migliora accuratezza e velocità (del 10%) dell’intervento. Effetti positivi anche sui pazienti, con bisogno di minor anestetico e minori antidolorifici post operatori. Un volume alto, invece, ha effetti distraenti e produce difficoltà di comunicazione tra il team, spesso all’origine di errori chirurgici. Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della Sanità, raccomanda di non superare la soglia dei 30 decibel nelle sale operatorie, l’equivalente di una conversazione soft. Un’altra precedente metanalisi, pubblicata sul Lancet, della Queen Mary University di Londra su 4261 articoli, compresi 73 studi randomizzati e controllati, aveva portato a simili conclusioni: ascoltare musica durante l’intervento chirurgico riduce dolore e ansia. Così nel 2019 su Work, una review di un team iraniano su 19 studi qualificati. A queste metanalisi si aggiunge ora l’interessante ricerca, apparsa sul British Medical Journal a cura del Dipartimento di Anestesiologia dell’università tedesca di Regensburg. Si tratta degli effetti di musica e ipnoterapia sul dolore post operatorio. Una sperimentazione in 5 ospedali su un totale di 385 pazienti divisi in due gruppi: a 191 anche durante l’anestesia è stata somministrata tramite delle audiocuffie una musica rilassante (Trancemusik) e una serie di ingiunzioni ipnotiche preregistrate. Audiotape con cuffie, ma senza alcuna registrazione, sono state anche indossate dal gruppo di controllo. Tipo e durata dell’operazione, dolore prima dell’operazione e uso di antidolorifici durante l’intervento erano simili tra i due gruppi. Risultati: significativa riduzione dei dolori e dell’uso di oppioidi per i dolori post operatori rispetto al gruppo di controllo. Anche qui una conferma di altri trial randomizzati e di una metanalisi del 2016 (su 32 ricerche) legata ai messaggi ipnotici durante l’anestesia. 

In sala operatoria

 Se tutti i chirurghi italiani interpellati si dicono interessati a questo tipo di ricerche, sia sul dolore dei pazienti che sugli effetti sullo staff sanitario, alcuni hanno trovato limitazioni e raccontato esperienze. Per Emanuele Botteri (Spedali Civili- Brescia, consigliere junior della Sice), “il vero plus di questo lavoro è dimostrare che alcuni stimoli diretti in determinate aree del cervello, possono avere effetti ‘sistemici’”. Ma per il consigliere della Società di chirurgia endoscopica Alberto Sartori, ospedale San Valentino Montebelluna-Treviso, esistono almeno tre problemi: “Differenti tecniche operatorie; differenti operatori; differenti patologie”. In più “i vari tipi di intervento e le varie tecniche chirurgiche stimolano in vari modi il dolore”. Concorda Gianfranco Silecchia, Polo università La Sapienza a Latina e past president della Sice: “Eterogeneità dell’intervento (si va dalla chirurgia della colonna vertebrale all’ernia inguinale), limitati i casi di chirurgia laparoscopica, solo 17; l’intervallo della durata della procedura chirurgica è molto ampio (60-180 minuti)”. Gianluigi Luridiana dell’Associazioni Chirurghi Ospedalieri (ACOI), racconta: “Nella mia azienda ospedaliera (Ospedale Brotzu Cagliari) sono stati effettuati diversi interventi in cui in luogo della classica anestesia generale il paziente è stato sottoposto ad ipnosi”. E Massimo Torre del Niguarda di Milano: “Nel nostro dipartimento abbiamo utilizzato la tecnica dell’ipnosi a scopo antalgico e anestesiologico, ma non abbiamo alcuna esperienza sull’effetto della musica in questo trattamento”. Raffaele De Luca, di Bari, primo Coordinatore nazionale della Young Sico e ora nel direttivo senior aggiunge: “Penso sia una metodica interessante”. Ma la musica in sala operatoria è ormai una routine anche in Italia. 

In testa il rock

Un sondaggio di Spotify del 2017 tra chirurghi indicava che il 90% dei 700 chirurghi interpellati ascoltava musica in sala operatoria: il rock era preferito (49%) seguito dal pop  (48%), la musica classica  (43%), jazz  (24%), Rythm and Blues (21%). Ai primi posti Rock you like hurricane degli Scorpions; Sweet Child O’Mine dei Guns N’ Roses e Just What the Doctor Ordered di Ted Nugent seguiti da classici come Paint it Black o Simpathy for the Devil dei Rolling Stones, Whola lotta Love dei Led Zeppelin, poi i  Queen e  Jimi Hendrix, Eric Clapton, Bob Dylan. Le più recenti playlist pubbliche inglesi dai nomi assai simili (Operating Theatres, Operating Theater, Operating Room, Operating Room Playlist 2020, Surgery playlist, Surgery music) propongono Post Malone di Sam Feldt, Daughters di John Mayer, Sedona di Houndmouth,poi  i Gun’s N’ Roses con November Rain, Lionel Richie con Youa Are, Van Morrison con Someone like you, ma anche i Beach Boys e Carole King, Charlie Puth con Marvin Gaye, Flo Rida con I don’t like it, Rachel Platten, Beautiful Chorus, Mark Ronson, Maron 5, George Ezra e per finire con George Harrison My sweet lord  e i Beatles con Here comes the sun. – Su YouTube: Songs of Surgery ha migliaia di visualizzazioni come i video What doctors listen to in the operating room oppure What do surgeons listen to in the OR? La BBC, riportando un sondaggio del giornale di settore Hospital Doctors, segnalava tempo fa come preferiti in chirurgia per la musica classica fossero Le quattro stagioni di Vivaldi; Beethoven (Violin Concerto Opera 61) e Bach (Concerti Brandeburghesi) . Ma nella lista dei medici c’erano anche playlist di Sade, Belinda Carlisle e Van Morrison. Gli anestesisti, non senza ironia, preferivano Every Brath You Take dei Police.

Nel novembre 2020 il sito musicale Spinditty lanciava la playlist 70 Songs About Medicine, Doctors, and Health con ai primi posti Stayn’ Alive dei Bee Gees,  di Bad Medcine Bon Jovi, I want a new drug di Huey Lewis & The News. E non manca Hospital dei Counting Crows. The Best Songs About Surgery  immortala Plastic Surgery  di Xzibit, Esoteric Surgery di Gojira e Surgery di Helmet.

Gli italiani…

Le prime risposte, oltre un terzo, ad un nostro sondaggio-lampo tra 50 chirurghi italiani mostrano che oltre il 90% ascolta musica in sala operatoria, riconoscendone un effetto positivo. Per Giuseppe Cardillo del San Camillo di Roma e Presidente della Società Endoscopia Toracica “è rilassante e sarebbe strano non usarla, mancherebbe qualcosa. Con un collega avevamo approntato una raccolta di musica soprattutto italiana”. Francesco Nardacchione, ASL Roma 2, Segretario Nazionale Acoi, precisa: “Dipende dai momenti e dagli interventi chirurgici perché in particolari situazioni d’emergenza in cui magari hai la vita di un uomo tra le mani non mi viene proprio l’idea di ascoltare nulla. Negli interventi programmati o in quelli meno impegnativi personalmente adoro ascoltare un sottofondo musicale di classica variando tra Mozart, Chopin, Debussy e Rachmaninov tuttavia spesso lascio decidere il personale di sala ed allora la scelta diventa ancora più varia oscillando da Vasco Rossi a Sting, da Baglioni ai Led Zeppelin passando per il cantautorato italiano”. Patrizia Marsanic, Asl di Pinerolo-Torino, consigliere Chirurghi Oncologici: “Ascoltiamo la musica e su di noi ha il vantaggio che elimina il chiacchiericcio di fondo e il disturbo dei rumori oltre ad aiutare, passata la parte centrale dell’intervento, a smorzare la tensione. Impostiamo delle playlist perché la radio con le parti parlate è più distraente. Di solito scegliamo musica pop o classica”.

Quando si opera di notte

Vincenzo Bottino, vicepresidente Acoi, direttore a Napoli dell’unità chirurgica all’ospedale Evangelico Betania, aggiunge: “In sala si ascolta musica di ogni tipo e per il chirurgo è rilassante”. Raffaele De Luca dell’Oncologico di Bari racconta: “Nella mia sala operatoria non è possibile ascoltare musica, in altri centri italiani ed esteri dove sono stato invece si ascoltava come sottofondo, magari un pò più alto alla fine dell’intervento soprattutto se lungo e impegnativo”. Così Mauro Podda dell’ospedale universitario di Cagliari: “Un mio vecchio docente di chirurgia, anni fa, già usava in sala operatoria la musica, rigorosamente classica e lenta, ma verso la fine della giornata inseriva la marcia dei paracadutisti dell’esercito belga, assai più energica per spronarci a finire gli interventi. Poiché ho lavorato in Scozia, a Dundee, ho sempre usato musica durante le operazioni, allora Iron Maiden o Queen, ma ho trovato che la musica rispecchi il clima del team. Nel Regno Unito si è generalmente più rilassati. Nelle urgenze, durante la notte, le 2 o le 3, la musica serve per tenerci concentrati, svegli, attenti. In genere la scelta del tipo di musica è affidata a chi arriva primo: spesso gli infermieri con loro playlist. La musica riflette il clima del team, anche per il paziente, persino se in anestesia: il paziente percepisce tutto. Ho notato che il chirurgo sicuro non è deconcentrato dalla musica, lo sono quelli alle prime armi e chi è insicuro”. Da Brescia Emanuele Botteri segnala che “in sala operatoria la ‘metto su’ ogni volta che posso..ad alcuni colleghi dà fastidio, ma sono pochi. Spesso sono io il dj e cerco sempre di abbracciare i gusti di tutti. Bruce Springsteen (sopratutto le ballads) e alcuni cantautori country (Vince Gill, Merle Haggard, George Straits) o se è notte anche Tom Waits”. E Marco Milone dal Federico II di Napoli: “Ascolto rigorosamente musica in sala operatoria (musica leggera) e sono convinto della sua utilità”. Alberto Sartori da Treviso: “Indipendentemente dal tipo di intervento è importante che il volume della musica riprodotta non copra il suono degli strumenti e soprattutto le voci del personale di sala. Per la radio il parlato e gli spot pubblicitari durante gli interventi chirurgici e le fase di intubazione sono considerati fastidiosi in quanto creano solo rumore di fondo. Preferisco utilizzare dispositivi di riproduzione musicale in streaming come Spotify, sfruttando le playlist già caricate da altri utenti; ad esempio ascolto con molto piacere la playlist di Linus: Radio Linetti”. 

Tra Spotify e radio

 Diego Cuccurullo, direttore chirurgia al Monaldi di Napoli e presidente della Società Italiana di Chirurgia dell’ernia e parete addominale, sostiene che la musica in sala operatoria “sia di grande aiuto, contribuendo al benessere psicofisico del chirurgo; si pensi che il chirurgo accumula tensione emotiva ma anche fisica (alcuni interventi durano ore). Mi ha accompagnato da quando ho iniziato a svolgere la mia professione, circa 35 anni fa, epoca in cui ci si poteva avvalere della musica di una radio, o al massimo di un lettore a cassette. Attualmente ho a disposizione 2 sale operatorie “integrate”. Ho quindi potuto “istituzionalizzare” la musica, facendo acquisire le playlist su un lettore audio. Ho predilezione per colonne sonore, quindi Ennio Morricone, ho anche selezionato playlist di musica soul/pop, preferibilmente easy-listening (Marvin Gaye, Michael Franks, Diana Ross) ma anche autori come Pat Metheny, o compilation di chitarra acustica o pianoforte; nelle playlist di sala operatoria sono anche cantautori francesi anni 60/70, o cover di cantanti italiane, tipo Chiara Civello o Mina. Meno presente quantitativamente la musica classica. Ci sono casi in cui il paziente resta sveglio durante l’intervento, quando quest’ultimo si svolge in anestesia locale o loco-regionale (si pensi a tutta l’attività di Day-Surgery, che viene attuata per esempio per la chirurgia delle ernie inguinali), ebbene, è proprio in quelle circostanze che i benefici della musica, a mio parere, si riflettono pienamente, in senso positivo sul paziente”. Gabriele Anania dell’Università di Ferrara è dispiaciuto: “Non ci sono sistemi per ascoltare musica in sala. Talvolta se qualcuno ha qualche dispositivo personale si ascolta magari una sua playlist oppure qualche radio”. E Gaya Spolverato dell’università di Padova: “Mi adatto alla musica che scelgono gli infermieri o i colleghi. L’unica cosa a cui sto attenta è il volume e viene spenta nei momenti di tensione”. “L’uso della musica nella mia sala operatoria è anestesista dipendente – racconta sorridendo Gianfranco Silecchia da Latina – A seconda dell’anestesista di turno si ascolta o meno musica. Non viene preparata una playlist. Di solito si collega ad una stazione radio o a Spotify”. E Ferdinando Agresta da Adria (Rovigo): “Non abbiamo una playlist ma la radio. Aiuta a concentrarsi.

All’inizio del Novecento

Se all’inizio del Novecento sulla rivista Jama il famoso chirurgo della Pennsylvania Evan O’Neil Kane scriveva in una lettera dei “benefici effetti del fonografo nella sala operatoria”, cento anni dopo, nel 2019, un team di ricercatori dell’università della Pennsylvania su un giornale del gruppo British Medical Journal dimostrava in un trial su 157 individui che la canzone Weighless della band inglese Marconi Union suonata 3 minuti equivaleva al farmaco sedativo/anestetico per l’ansia dei pazienti prima e dopo l’intervento. La musica per le operazioni chirurgiche, nell’era prima della moderna anestesia, fu per la prima volta introdotta nel 1914. Alla fine del 1900 le ricerche sugli effetti della musica si sono moltiplicate: un report su Jama. segnalava come la musica, oltre ad avere effetti calmanti su sanitari e pazienti, migliora la performance. Cambia la “reattività cardiovascolare” dei chirurghi, «migliora le risposte neurovegetative e le performance durante attività stressanti». Ma è dal 2014 per opera soprattutto del chirurgo cardiovascolare David Bosanquet del Royal Gwent Hospital (Galles) che sul BMJ appaiono studi e commenti sulla musica in sala operatoria. Famoso l’articolo dal titolo Making Music in the Operating Theatre con la scelta di canzoni da consigliare (Stayun Alive in primis: aiuta a tenere il ritmo nella rianimazione cardiopolmonare) e quelle da evitare Another One Bites the Dust dei Queen, Everybody Hurts dei Rem e Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers). In quello stesso periodo, nel 2016, si sviluppò un acceso dibattito in Gran Bretagna e USA sui pro e contro della musica in sala operatoria dopo uno studio dell’Imperial College di Londra, che ne bocciava in parte l’utilizzo perché “rilassante per il chirurgo ma potenzialmente un rischio per l’impatto sui livelli di concentrazione dell’operatore”. La difficoltà di comunicazione tra lo staff (dover ripetere due volte la stessa richiesta per uno dell’equipe distratto o che non sente bene, con conseguenze) era il rischio più insidioso. Sharon-Marie Weldon del dipartimento di oncologia chirurgica dell’Imperial College e prima firmataria dello studio (su 20 interventi operatori) apparso su JAN journal of Advanced Nursing  affermava: “La musica in sala operatoria può aiutare dove c’è spesso un rumore di sottofondo e in questo caso aiuta alla concentrazione: ci vuole maggior apertura, discussione e contrattazioni dove si ascolta musica, sia sul tipo di musica che sul volume”. Il team di ricerca aveva trovato che spesso bassi e batterie si sentivano troppo alti, causando difficoltà e distrazioni. Molti altri studi hanno dimostrato il contrario, se le regole di condivisione, volume in primis, si rispettano. Di fatto, come abbiamo visto anche nel nostro sondaggio tra chirurghi italiani, la pratica delle playlist in sala operatoria è in uso quasi ovunque. E con soddisfazione. 

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