Il cerchio si stringe intorno al virus Sars-CoV-2. Dopo la scoperta della molecola MBL (Mannose Binding Lectin) attiva nella prima linea del sistema immunitario in grado di riconoscere e bloccare la proteina Spike di ogni variante nota del Covid-19, ci sono novità anche sul fronte dello studio attivo da un anno che coinvolge 250 istituti internazionali e di cui fa parte il professor Giuseppe Novelli dell’Università Tor Vergata di Roma.  Su questo versante si lavora per capire perché alcune persone contraggono polmoniti aggressive, mentre altre sono immuni. L’attenzione si è concentrata sui geni, come ha spiegato lo stesso Novelli raggiunto telefonicamente.

A distanza di un anno dall’avvio dello studio, a che punto siete?

«Stiamo facendo analisi approfondite sui soggetti che mostrano maggiore resistenza all’infezione – spiega il genetista -.  E soprattutto puntiamo a studiare i geni che potrebbero rivelarsi importanti: cioè la loro funzione, la loro distribuzione nella varie popolazioni, il loro grado di protezione. Al momento noi e altri ricercatori abbiamo scoperto alcuni geni specializzati nel distruggere l’interferone, ovvero l’unica molecola capace di costruire una barriera contro l’infezione.  I risultati fino ad oggi ottenuti necessitano di conferme, come la scienza richiede».

Oggi si può dire chi sono gli immuni per natura e che caratteristiche hanno che li differenzia dagli altri individui?

«Non è corretto parlare di “immuni per natura” a mio parere – puntualizza Novelli -. Esistono infatti nelle popolazioni umane fattori genetici differenti che consentono una maggiore protezione o resistenza verso le malattie (tutte, comprese quelle infettive). È la biologia! Come è noto esiste una immunità innata che rappresenta la prima linea di difesa delle nostre cellule verso agenti infettivi, che si attiva prima dell’immunità acquisita con i vaccini o quando ci si infetta. Ecco, alcune persone potrebbero avere una immunità innata, diciamo più efficiente di altre…»

È di questi giorni la notizia di un altro studio realizzato dall’Istituto Humanitas e dal San Raffaele di Milano, avete collaborato o si tratta di due lavori differenti?

«Sono studi diversi e differenti per approccio e metodologia. Il nostro si è focalizzato sulle cause genetiche che rendono alcune persone più suscettibili ad ammalarsi della forma grave della malattia, e abbiamo scoperto la causa, ormai confermata da numerosi studi e che permette di dire che il Covid-19 almeno per un 20% dei casi gravi è dovuta non solo al virus, ma anche a mutazioni di alcuni geni che sono importanti per l’immunità innata».

Alla luce dei recenti risultati, che prospettive ci sono per la cura del Covid-19?

«Il nostro studio suggerisce di analizzare il DNA dei soggetti gravi alla ricerca di mutazioni dei geni che sono attivi nell’immunità innata per arrivare ad una terapia personalizzata».

 



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