Prima il Sars-CoV-2, poi la peste suina. Ora anche il vaiolo nelle scimmie. La salute dell’essere umano è strettamente legata a quella degli animali. Tant’è che il 70% delle malattie infettive che colpiscono l’uomo sono d’origine, per l’appunto, animale. E le cose potrebbero peggiorare con il cambiamento climatico, che costringerà masse enormi di animali a migrare, portando con sé le loro patologie e aumentando, dunque, la loro diffusione. Le tematiche sul tavolo sono tante (senza dimenticare ovviamente i problemi nell’approvvigionamento di materie prime causati dalla guerra e l’antibiotico-resistenza, problema ormai conosciuto, e sottovalutato, da tempo) e sono state raccolte in un unico evento (dalla durata di tre giorni) in scena dal 18 al 20 maggio a Roma.

Si tratta del 51° Congresso Nazionale del Sindacato Italiano Veterinari di Medicina Pubblica sui temi di “Agenda 2030 per la Veterinaria Pubblica: malattie infettive, cambiamenti climatici e crisi alimentari”. Abbiamo parlato con il Segretario nazionale di Sivemp, Aldo Grasselli.

Segretario Grasselli, quali sono le tematiche centrali di questo congresso?

«Questo congresso svilupperà in tre giorni tutte le analisi possibili e necessarie sui temi delle malattie infettive, delle crisi alimentari (che hanno anche sofferto uno stress notevole a causa della guerra) e di tutto quel che riguarda la messa in sicurezza del nostro Paese dai rischi della catena alimentare.

Noi sappiamo che il 70% delle malattie infettive che colpiscono l’uomo sono di origine animale. Quelle che non colpiscono l’uomo hanno però la drammatica capacità di distruggere anni di lavoro, di ricerca, di selezione genetica, di allevamento, di produzioni alimentari e di credibilità a livello internazionale dei nostri prodotti. Prodotti che commercializziamo in tutta l’Unione europea ma anche al di fuori. Abbiamo mercati importanti per i nostri prodotti, che vanno dal prosciutto al parmigiano a tutta la salumeria. Prodotti eccellenti che derivano dal fatto che il sistema veterinario garantisce tutta la filiera e che non vi entrino patogeni, alterazioni e contaminazioni che farebbero perdere credibilità alla qualità sanitaria, organolettica e commerciale dei nostri prodotti. In queste tre giornate parleremo anche dei mutamenti ambientali, perché il cambiamento climatico causa spostamenti di masse di animali che migrano portando con sé le loro patologie».

Covid e peste suina sono solo gli ultimi esempi…

«Abbiamo visto cosa è successo con il Covid-19 e potremmo trovarci di fronte ad altre patologie e dobbiamo poterle intercettare immediatamente. Poi abbiamo un altro grande problema molto sottovalutato che è quello dell’antibiotico-resistenza. Abbiamo un’arma fantastica che sono gli antibiotici ma questi stanno diventando sempre più fragili rispetto a batteri che, nel mondo animale, si trasformano e si modificano, diventando appunto resistenti e che possono passare nel mondo umano. Qui dobbiamo fare un lavoro energico per inibire l’antibiotico-resistenza perché, altrimenti, la medicina umana potrebbe subirne un grave danno. C’è poi il problema degli approvvigionamenti: la guerra sta bloccando gli approvvigionamenti sia di mangimi per animali che di granaglie per la nostra alimentazione, ma anche di fertilizzanti che servono per poter produrre i foraggi per la catena alimentare animale. È evidente dunque che le criticità non mancano».

Chi è intervenuto nel corso del congresso? Che riscontro avete avuto?

«Abbiamo intercettato, con un entusiasmo che non ci aspettavamo, la politica, rappresentata dal Ministro della Salute e dalle rappresentanze di Camera e Senato, che hanno partecipato e dato un loro contributo. Ci sono inoltre stati quasi tutti gli stakeholder del sistema agroalimentare italiano, da Coldiretti a Legambiente. Abbiamo dialogato con le più importanti sedi di riflessione sulle tematiche che abbiamo messo all’ordine del giorno. Nei prossimi giorni svilupperemo gruppi di lavoro e produrremo tesi che metteremo a disposizione dei decisori politici affinché la politica sanitaria di questo Paese, oltre che ai finanziamenti, obiettivamente necessari, si occupi di incrementare il personale veterinario che sta per andare in pensione: si parla del 30% dei veterinari pubblici. Ci sarà dunque uno svuotamento che rappresenta però una grande opportunità per ingaggiare giovani veterinari specialisti. Le sfide che abbiamo davanti richiederanno tutta la loro energia e tutta la loro preparazione».

Le tematiche sollevate durante questo congresso sono trattate a sufficienza nel PNRR?

«Nella missione 6 del Piano del PNRR è previsto un intervento sulla prevenzione, oltre che un’iniziativa molto intelligente di questo Governo, anche da noi sollecitata. L’esecutivo ha messo a fattore comune il settore della prevenzione sanitaria, quello che riguarda il sistema Ministero della Salute, le Regioni, i dipartimenti di prevenzione zooprofilattici, l’Istituto Superiore di Sanità, insieme al mondo che gestisce, governa e studia i fenomeni che hanno impatto sull’ambiente. E questo ci consentirà di avere una quantità di informazione molto maggiore per capire, nel contesto ecologico in cui vivono gli animali, quali sono i fattori di rischio che possono determinare e favorire l’insorgere di patologie che colpiscono o solo gli animali o animali e uomini. Le risorse in arrivo dobbiamo utilizzarle per elaborare progetti e organizzare linee di lavoro insieme alle università, agli istituti zooprofilattici e a tutte gli altri enti di ricerca, i quali ci devono dare strumenti di tipo “intuitivo” per essere predittivi rispetto ai rischi e capaci di prevenirli».

 



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