BERLINO – La Germania ha ripreso – sottovoce, per ora – la politica dei rimpatri secondo il regolamento di Dublino. Gli immigrati che arrivano sul territorio della Repubblica federale dopo un passaggio in altri Paesi dell’Unione dovranno tornarci e chiedere asilo lì.

L’emergenza Coronavirus aveva spinto il ministero degli Interni ad annunciare, il 23 marzo scorso, la sospensione dei respingimenti nei Paesi di primo ingresso. Lo scorso 8 luglio, però, l’Ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati è intervenuto per revocare di fatto la sospensione dei trasferimenti. Curiosamente, racconta una fonte legale impegnata in un ricorso, non ci sono state comunicazioni ufficiali, ma solo informazioni “mirate”, destinate agli avvocati che seguono i migranti, forse perché si ripristinava una situazione regolare e finiva il periodo eccezionale.

La situazione legale non è del tutto chiara, per l’esistenza di termini perentori nei diversi procedimenti. In base al regolamento di Dublino (e in particolare all’articolo 29) un “dublinante” può essere respinto verso il Paese di primo ingresso per un periodo limitato di tempo: normalmente possono passare al massimo sei mesi da quando la domanda di trasferimento viene accolta. Se il migrante si sottrae all’obbligo di fare domanda nel Paese di arrivo, il termine diventa di 18 mesi. Scaduto questo periodo, il “dublinante” può fare richiesta di asilo dove si trova in quel momento.

A complicare la situazione è intervenuta la pandemia. In particolare si discute se la sospensione dovuta al contagio sia da considerare compresa o no nei diversi termini. Il governo federale sostiene che la sospensione delle misure di rimpatrio fa prolungare anche i termini della “prescrizione”, ma i legali dei migranti non sono d’accordo, tanto che hanno avviato alcuni ricorsi. Il governo va comunque avanti con i rimpatri. Alcuni migranti, conferma l’Ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati, sono già stati riportati in Italia, ma per ora non ci sono cifre ufficiali.

 

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