«Nella prima ondata ho incontrato davvero tanti malati Covid con situazioni che sembravano compromesse, con ossigeno a domicilio, saturazione bassa. Li abbiamo curati e tanti sono migliorati e guariti. Quando adesso li vedo in giro che fanno la loro vita normale è una grande soddisfazione. È la testimonianza che intervenire precocemente nel Covid è essenziale». Parola di Luigi Cavanna, direttore del reparto di Ematologia e Oncologia dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza e pioniere delle cure domiciliari Covid: nel corso della prima ondata ha curato decine e decine di pazienti recandosi nelle loro abitazioni con il suo team, con il suo carico di professionalità e umanità che, nonostante tutte le misure di protezione, riusciva sempre ad emergere dalle tute ‘spaziali’ che indossava. Ora Cavanna è anche Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica italiana”, onorificenza che gli è stata conferita dal Presidente della Repubblica tramite il prefetto di Piacenza in una cerimonia pubblica pochi giorni fa.

Tuttavia, racconta Cavanna a Sanità Informazione, non è ancora il momento di rilassarsi: «Siamo ancora in trincea perché, nonostante i vaccini, il Covid sta dando ancora problemi e l’attività degli ospedali è ancora condizionata da questa emergenza. Finché l’ospedale è preso d’assalto da tante persone è chiaro che c’è una ricaduta su tutte le patologie mediche».

«Serve una forte medicina territoriale»

Oggi Cavanna non è più sul fronte Covid, anche se ancora tanti pazienti da tutta Italia lo contattano per capire come affrontare il Covid. Secondo l’oncologo, è un segnale che la medicina del territorio non riesce ancora a fornire un’adeguata assistenza ai malati. «Ogni giorno ricevo venti-trenta messaggi di persone in difficoltà non solo nella zona di Piacenza ma anche spesso da altre regioni. Da questi messaggi si percepisce che sul territorio c’è bisogno di intensificare, consolidare o iniziare, a seconda delle realtà, le cure domiciliari. Qui da noi le Usca funzionano bene, non sono mai state dismesse. Al massimo è stato ridotto il personale, ma sono sempre pronti ad implementarlo. In altre parti del Paese ci sono persone che stanno male e che non vengono neanche visitate. C’è davvero bisogno di una forte medicina territoriale».

Cavanna guarda con preoccupazione ai prossimi mesi, dato l’inarrestabile incremento dei contagi delle ultime settimane. «Visto il tasso di vaccinazione elevato nel nostro Paese e il numero di terze dosi, mi aspettavo onestamente che ci fosse un numero di persone positive e un numero di persone positive e sintomatiche inferiore a quello che vediamo. Non mi aspettavo un inizio inverno così. Aumenta il tasso di positività e la mortalità e aumentano i ricoveri ospedalieri anche se in terapia intensiva ci sono meno persone».

A preoccupare l’oncologo, il rischio che una nuova emergenza possa di nuovo far slittare visite e operazioni negli altri reparti. «Oramai sono due anni che per un motivo o per l’altro i malati hanno subito ritardi: non parlo solo degli screening oncologici, ma anche di molti malati con patologie oncologiche per cui c’è la necessità di eseguire un intervento chirurgico. Hanno subito ritardi e non possiamo dimenticare che il tumore è una malattia tempo-dipendente. Da noi le liste di attesa si stavano recuperando e anche le attività ambulatoriali, ora si rischia di subire una frenata e di tornare indietro».

Le attività del Cipomo

Ora Cavanna è alla guida del Cipomo, il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri, con il quale sta lavorando su tre filoni: umanizzazione delle cure, oncologia del territorio e terapie personalizzate.

«Umanizzazione delle cure significa andare incontro ai bisogni del malato e cercare di dare una risposta di profondo rispetto del paziente e di tutela della dignità del malato e dei caregiver partendo proprio dall’oncologia, che potrebbe essere un’attività pilota per arrivare a un nuovo umanesimo delle cure: è un concetto ambizioso ma la strada è questa» spiega Cavanna.

«Altro tema è l’oncologia del territorio – continua -. Oggi molti pazienti, anche con metastasi, vivono più a lungo e allora bisogna cercare di permettere a queste persone di avere una vita più normale possibile, che possano continuare a lavorare. Se sono curati più vicini al domicilio perdono molto meno tempo nei viaggi e nelle attese e hanno minori spese economiche».

«Infine, il Molecular Tumor Board: partendo dalle nuove evidenze scientifiche sulle terapie personalizzate, con la nuova conoscenza che ci mette a disposizione la biologia molecolare, vogliamo creare dei gruppi di lavori che possano permettere ai cittadini italiani sul territorio di essere trattati nel miglior modo possibile. Chi abita nelle zone rurali o di montagna come chi abita a 5 km dall’ospedale. È difficile ma almeno poniamo il problema e proviamo a dare delle soluzioni» conclude Cavanna.

 

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