Negli ultimi vent’anni, la relazione tra capitalismo e democrazia ha subito un cambiamento significativo, evidenziando una crisi del liberalismo stesso. Gli studiosi stanno mettendo in luce come il capitalismo finanziario e la deregolamentazione economica abbiano coinciso con un declino della democrazia deliberativa, sostituita da un decisionismo politico sempre più accentuato.
Questo fenomeno ha portato alla contestazione dell’eguaglianza, non solo sotto il profilo morale e politico, ma anche giuridico. Figure influenti del pensiero liberale, storicamente critiche nei confronti della supremazia della volontà politica, ora vedono la loro eredità messa in discussione da una nuova generazione di pensatori che abbracciano un approccio anticostituzionale. Questo movimento non si prefigge di ridurre il potere statale, ma di limitare le garanzie che da oltre settant’anni tutelano l’equilibrio tra capitalismo e democrazia.
Questa evoluzione ha provocato una convergenza tra moderati e progressisti, uniti nella necessità di ripristinare divisioni e limiti al potere. L’erosione delle istituzioni indipendenti, come le magistrature e le banche centrali, rappresenta un aspetto critico di questo processo. La democrazia costituzionale, che si è consolidata grazie a istituzioni “contro-maggioritarie”, è attualmente attraversata da un crescente plebiscitarismo alimentato dalla comunicazione diretta tra leader e cittadini.
Nel contesto della Repubblica presidenziale americana, il presidente ha ampie prerogative, rendendo più facile il consolidamento del potere. Al contrario, nelle repubbliche parlamentari, il compromesso è una necessità, fungendo da argine alla deriva autoritaria. La sfida per la democrazia contemporanea è quella di preservare la democrazia costituzionale, ben consapevoli dei rischi legati all’erosione delle sue fondamenta.