È uno spettro che aleggia sinistro sin dagli esordi della pandemia, che evoca scenari più che drammatici, che coinvolge la sfera etica e umana prima ancora che quella clinica. È il “codice nero”, una procedura di triage ospedaliero che costringe, in situazioni di estrema emergenza, a decidere chi curare e chi no in base a chi ha maggiori chance di sopravvivenza. Nei giorni in cui il dilagare della variante Omicron sta mettendo nuovamente in ginocchio le reti dell’emergenza urgenza, l’appello di molte associazioni di categoria è di mettere in atto tutte le misure necessarie affinché il codice nero non debba essere applicato. Sul tema si è pronunciato ai nostri microfoni il presidente dell’OMCeO di Napoli, Bruno Zuccarelli.

Presidente, stiamo davvero andando verso questo il “codice nero”?

«Oggi come oggi si riesce ad assistere tutti in modo adeguato. Ma è innegabile che la situazione peggiora di giorno in giorno. Considerando che il picco potrebbe aversi a fine gennaio o inizio febbraio, dobbiamo mettere in atto tutte le misure per non trovarci in condizioni simili a quelle della seconda ondata, nell’autunno 2020, in cui avevamo sicuramente meno positivi ma molti più ospedalizzati e decessi, e file di ambulanze in attesa fuori ai Pronto Soccorso. Non possiamo correre il rischio di replicare quelle scene».

Cosa è cambiato oggi rispetto a un anno fa?

«Abbiamo ora dalla nostra l’arma dei vaccini, che attenuano il quadro clinico dei positivi, tuttavia l’estrema diffusività della variante Omicron ha a sua volta un ruolo. Intanto perché vengono colpiti coloro che, per motivi di salute o scelta personale, non sono vaccinati, ed è chiaro che aumentando il numero di positivi rispetto alle ondate precedenti, aumentano in percentuale coloro che necessitano di ricovero o cure intensive. Il carico di lavoro è enorme, sia per i colleghi di medicina generale che sono alle prese con l’assistenza a svariate decine di positivi tra i loro assistiti, con tutto il corollario di oneri burocratici, sia per i colleghi del 118 e dei reparti ospedalieri. Quello che preoccupa in special modo è l’assistenza ai cittadini per altre patologie, dalle oncologiche alle cardiovascolari alle dismetaboliche, perché bloccare le attività ambulatoriali significherà gioco forza lasciar riacutizzare molte patologie croniche con un ulteriore aggravio sulle reti dell’emergenza-urgenza».

Cosa scongiurerà il rischio di un collasso del sistema?

«Intanto è importante lanciare un messaggio positivo e di incoraggiamento: l’anno scorso eravamo in lockdown, le nostre vite erano in standby, oggi invece grazie ai vaccini gli immunizzati possono condurre una vita molto più simile a quella normalità cui eravamo abituati. Fondamentale è procedere a spron battuto con le vaccinazioni, anche della fascia 5-11, e con le dosi booster, riprendere con maggior rigore la sanificazione degli ambienti e mantenere tutte quelle precauzioni che ormai ben conosciamo ma sulle quali, forse, abbiamo abbassato la guardia. Il rammarico è che ancora non si proceda a un vero e proprio obbligo vaccinale generalizzato».

Sul fronte della gestione dell’emergenza l’Europa è spaccata: l’approccio anglo-iberico, ad esempio, sta tendendo a una convivenza col virus alla stregua di un’influenza, senza testare, per dirne una, tutte le persone che presentano sintomi. Lei cosa ne pensa?

«Sicuramente i tamponi non vanno usati come screening di massa o come lasciapassare, in caso di negatività, per atteggiamenti imprudenti, ma solo in presenza di sintomi o di contatti a rischio. Al di là di ciò, queste strade diverse prese dai vari Paesi europei rappresentano a mio parere il fallimento dell’obiettivo di uniformità nella gestione dell’emergenza. Ogni Stato ha le sue regole, ma il punto è fare i conti con la variabile principale in gioco: la globalizzazione, e l’assenza di fatto di confini o dogane. Avere il 90% di copertura vaccinale in Italia, ma avere il 10% in altri Paesi non porta a nulla, perché se nel momento in cui riusciamo contenere i contagi arriva un aereo dall’altra parte del mondo con tre positivi, magari a un’ulteriore variante, non se ne esce più. Chiudere i confini non è ipotizzabile, l’unica è strada è perseguire una politica di vaccinazioni internazionale. La sanità è un bene comune su cui deve esserci un approccio unitario, almeno a livello europeo».

 

 

 



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