“Il teatro come occasione di riscatto, il carcere come luogo di redenzione e non più solo di detenzione, la pietas dantesca come viatico per una vita differente”. E’ questo il messaggio della recita di tre canti dell’Inferno di Dante, a cura di altrettanti detenuti in regime di massima sicurezza che, per la prima volta dopo quasi trent’anni, sono usciti per tre ore e sotto scorta dal carcere di Rebibbia per mettere in scena oggi all’Università Roma Tre un estratto di ‘Dante Alighieri latitante fiorentino’, con la regia di Fabio Cavalli. L’autorizzazione è stata concessa nella forma del lavoro esterno e non del permesso premio, per un riconoscimento della funzione riabilitativa dell’attività teatrale in carcere. “Crediamo nella pratica del teatro in carcere quale strumento di riscatto, quale elemento decisivo nella costruzione di un ponte tra la comunità penitenziaria e la società esterna”, spiega il rettore dell’Università di Roma Tre, Luca Pietromarchi.

In scena, i tre detenuti-attori hanno recitato nel proprio dialetto di origine i Canti che Dante ha dedicato al Conte Ugolino, Ulisse e Paolo e Francesca. Tre traduzioni in napoletano, calabrese e siciliano per rendere ancora più realistico il parallelismo tra la condizione di condannati e quella di dannati. Per il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontifico Consiglio della Cultura, “nella civiltà di ogni popolo il teatro ha occupato sempre uno spazio importante. Lo è stato nell’arte attraverso le rappresentazioni, nella religione attraverso la liturgia, nella società stessa coi suoi rituali pubblici. Per questo è particolarmente suggestiva e significativa l’esperienza del teatro nel carcere di Rebibbia“.

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