In Danimarca si chiama “Klassen Tid”, in Italia si chiamerà educazione emotiva. Gli studenti danesi, a scuola, condividono una torta al cioccolato, parlano dei propri problemi, sia individuali che di gruppo, cercano di stimolare comprensione e ascolto reciproco, sviluppando così l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri. Gli studenti italiani, invece, cominceranno a sperimentare qualcosa di più o meno simile dal prossimo mese di settembre.

Il ddl sull’educazione emotiva

Grazie alla recente approvazione del disegno di legge  che prevede l’inserimento dell’insegnamento dell’educazione emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado, a partire dall’anno scolastico 2022/2023, bambini e adolescenti impareranno non solo “a mettersi nei panni dell’altro”, ma anche a sviluppare pensiero creativo e problem solving. «Nel disegno di legge si parla, proprio per rimarcarne la differenza, di competenze non cognitive e, dunque, emotive – spiega Andrea Civitillo, psicologo clinico, psicoterapeuta e coordinatore del Network Scuola dell’ Ordine degli Psicologi del Lazio -. In altre parole, ci si riferisce ad abilità che hanno il proprio baricentro sulla relazione: come l’amicalità, le capacità organizzative, a stabilire relazioni, il pensiero creativo, l’apertura mentale».

Le life skills

Si tratta di competenze che, nel linguaggio comune, vengono definite life skills – competenze per la vita – un insieme di capacità che l’essere umano acquisisce tramite un insegnamento o un’esperienza diretta, utili a gestire problemi e situazioni che s’incontrano di consueto nella vita quotidiana. A differenza della Danimarca dove si studia “empatia” un’ora a settimana, in Italia le life skills non saranno considerate materie aggiuntive, ma dovranno essere introdotte nel metodo didattico.

L’importanza della qualità delle relazioni

«La decisione del nostro legislatore di inserire le competenze emotive nel fare quotidiano scolastico credo sia una proposta molto interessante – commenta Civitillo –. Essere bravi a fare qualcosa, infatti, non è sufficiente. Bisogna esserlo in un contesto, in un sistema di relazioni, di convivenza. Pensiamo al lavoro che porta alla realizzazione di un piatto eccellente in un ristorante. Un cuoco dotato di tecnica sopraffina rischia di non lavorare se non in grado di prestare cura alla qualità delle relazioni nel suo gruppo, con i clienti, con i fornitori, con il vicinato del suo ristorante. Ecco, allo stesso modo, gli studenti devono essere in grado di far emergere le proprie potenzialità anche all’interno della società e, per farlo, devono sviluppare le competenze emotive», sottolinea lo specialista.

Come insegnare l’empatia

Per chiarire ulteriormente le idee sulle life skills, un concetto apparentemente astratto, facciamo un esempio concreto: quale potrebbe essere un’attività-tipo da proporre per sviluppare l’empatia o più in generale le competenze non cognitive? «Difficile immaginare qualcosa che possa funzionare ovunque – risponde Civitillo -. È necessario che la scuola recuperi credibilità sulla capacità di formare i giovani al lavoro, alla vita. Le attività che immagino come più efficaci saranno quelle nelle quali l’elemento decisivo alla riuscita non sarà dato dalla bravura del singolo, ma dalla capacità di stare bene insieme, riconoscendo i sentimenti dell’altro. È necessario scoraggiare culture della competizione e promuovere quelle dell’eccellenza: il primo può essere soltanto uno, gli eccellenti tanti. Allenare i giovani a interpretare, a dare senso, a prevedere dei codici di funzionamento estranei. E soprattutto ascoltare cosa hanno da dire. il proprio benessere passa dalla disponibilità a capire come si senta l’altro, cosa provi, dove sente di stare».

L’educatore emotivo

Chi dovrà occuparsi di trasmettere queste competenze emotive? «Anche questa risposta, al pari del metodo da utilizzare per trasmettere l’educazione emotiva, andrà costruita nel tempo e attraverso l’esperienza sul campo – sottolinea Civitillo -. Tuttavia, è possibile ipotizzare che saranno chiamate in causa tutte quelle professioni che fanno riferimento a modelli di interpretazione della relazione, come ad esempio gli psicologi. Il Disegno di Legge prevede attività formative rivolte ai docenti delle scuole nel corso del primo triennio di sperimentazione. Al termine di questi tre anni, sulla base delle esperienze raccolte – conclude lo psicoterapeuta -, così come stabilito dal Ministero dell’Istruzione, sarà possibile passare alla stesura di linee guida ad hoc».

 

 



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