Che le donne siano “protette” dall’ombrello degli ormoni estrogeni fino alla menopausa, con conseguente minor rischio per il cuore, è risaputo. Che l’infarto possa manifestarsi in modo diverso nei due sessi, con una sottovalutazione dei sintomi che porta a volte il gentil sesso ad arrivare più tardi alle cure, è altrettanto noto, così come si sa che i rischi crescono con l’avanzare dell’età. Ma quando incidono sesso ed età come fattori in grado di contribuire ad un attacco cardiaco e soprattutto quanto incidono sui trattamenti impiegati e sugli esiti dopo il ricovero? Sicuramente molto. E le donne relativamente giovani, in termini di pericoli, sarebbero maggiormente esposte a prognosi peggiori rispetto ai coetanei all’interno dell’ospedale.

 

E’ la risposta che viene da un grande studio condotto dagli scienziati della Mayo Clinic, coordinati dal cardiologo interventista Mohamad Adnan Alkhouli, apparsi su Mayo Clinic Proceedings. La ricerca ha preso in esame una grandissima mole di dati, relativi a oltre 6,7 milioni di persone ricoverate per attacco di cuore, arrivando a disegnare le differenze per sesso, e per età, nella prognosi dopo un infarto. I soggetti considerati sono stati suddivisi in quattro fasce anagrafiche: meno di 45 anni, tra i 45 e i 64, tra i 65 e gli 84 e, in ultimo, gli anziani over-84. Infine, tra i dati considerati, c’è stata anche attenzione all’attacco cardiaco.

 

Longform

Non tutte le ischemie, infatti sono uguali e l’elettrocardiogramma consente di identificarne due grandi gruppi: i cosiddetti infarti STEMI, con elevazione del tratto ST del tracciato, sono legati all’ostruzione totale di un vaso che porta il sangue ad una parte del cuore mentre negli infarti non-STEMI (N-STEMI), non si ha questa caratteristica elettrocardiografico e lo stop alla circolazione del sangue nella coronaria risulta parziale.

Fattori di rischio e trattamenti di “genere”

Il rischio infarto per le donne aumenta con l’avanzare dell’età e, nello studio, il “sorpasso” netto del sesso femminile rispetto a quello maschile per la diagnosi di attacco cardiaco avviene dopo gli 84 anni, vista anche l’aspettativa media di vita maggiore per il sesso femminile. Fin qua, nulla di nuovo. Ma va detto che il “peso” dei fattori di rischio sarebbe comunque leggermente diverso nei due sessi. Per le donne che hanno avuto un infarto, in generale, era più probabile riscontrare nella storia clinica ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e patologie respiratorie croniche, così come un precedente ictus. Tra gli uomini, invece, era più probabile l’osservazione di un precedente infarto, del posizionamento di un defibrillatore impiantabile o di un pregresso trattamento di rivascolarizzazione, come l’angioplastica coronarica.

Le donne meno trattate

La grande differenza tra i due sessi, in ogni caso, si è osservata al momento delle cure.  A tutte le età, i trattamenti sono risultati globalmente “inferiori” nelle donne rispetto agli uomini. In particolare, negli attacchi cardiaci Non-STEMI, per il gentil sesso si è osservata rispetto ai maschi una minor probabilità di essere sottoposti  all’angiografia delle coronarie (l’esame radiologico che permette di scoprire eventuali “blocchi” l’ungo l’albero circolatorio), all’angioplastica con il “palloncino” che allargandosi permette di dilatare le arterie eventualmente ostruite, addirittura di essere trattate con un by-pass coronarico e di essere sostenute nella funzione cardiaca con le macchine. Anche in caso di infarto STEMI per la donna sono risultate inferiori le possibilità di essere trattate con angioplastica primaria e il ricorso alle macchine per vicariare la funzione cardiaca.

 

E muoiono di più

Anche per questo, forse, i tassi di mortalità osservati in ospedale sono risultati peggiori per le donne, almeno tra le più giovani: nelle pazienti con infarto Non-STEMI under-65 i rischi di decesso intraospedaliero sono risultati maggiori nelle donne, mentre sarebbero ancor più “generalizzate” fin sotto gli 85 anni di età nelle donne con infarto STEMI. Ultimo dato: per le donne più giovani, i rischi di complicazioni a carico dei vasi e di emorragie più significative è risultato più elevato.  E proprio su queste donne, a detta degli esperti americani, dovrebbero concentrarsi gli studi per ridurre i rischi.

Come vanno le cose da noi

“Questa ricerca ripropone la necessità di ampliare gli spazi per la cardiologia di genere, oltre alle differenze sociali, culturali e di presentazione dei sintomi che in qualche modo influiscono sulla percezione e sul trattamento delle sindromi coronariche acute nell’uomo e nella donna – commenta Giulio Molon, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Disparità di questo tipo si vedono anche in Italia: basti pensare che, nella nostra esperienza, in epoca di Covid-19 si è assistito ad un calo generalizzato degli accessi in ospedale per questo motivo, ma la diminuzione è stata particolarmente significativa nelle donne. Poi occorre sfatare il mito che la donna sotto i 50 anni e comunque giovane non possa andare incontro a sindromi coronariche acute e a quadri Non-STEMI, perché purtroppo casi di questo tipo si vedono e spesso, anche da parte delle stesse pazienti, vengono sottovalutati”.

 

Dalla ricerca americana emerge la necessità di sviluppare anche approcci mirati, sulla base di studi clinici, per una cardiologia “a misura di donna”. “Si tratta davvero di un bisogno che deve partire dall’inquadramento diagnostico – conclude l’esperto. Pensate solo che nel nostro centro siamo arrivati ad avere un adeguamento diagnostico in base al sesso per i valori della troponina, parametro di sofferenza cardiaca, con un abbassamento delle soglie potenzialmente patologiche per le donne rispetto all’uomo. In questo e in tanti altri modi si può arrivare a ridurre il rischio di sotto-diagnosi e di relativo sotto-trattamento per le donne che giungono in ospedale con quadri di sindrome coronarica acuta”.

 

Fonte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *