PARACETAMOLO e ibuprofene. In tempi di Covid-19, sappiamo bene quanto questi due principi attivi siano fondamentali: al primo rialzo febbrile corriamo in farmacia sapendo di trovarli. Quello che forse non sappiamo, però, è che le due molecole che usiamo per abbassare la temperatura o per limitare i doloretti dell’influenza arrivano spesso da molto lontano: da Cina e India, in particolare, che attualmente producono il 60 per cento del paracetamolo e il 50 per cento dell’ibuprofene di tutto il mondo. Paesi in cui la produzione costa meno, la burocrazia è più snella e i controlli, anche per quanto riguarda le normative ambientali, sono meno stringenti che in Europa, con risparmio di tempo e denaro per le aziende. Questo, a lungo andare, potrebbe essere un problema: perché crea una evidente vulnerabilità nei paesi dell’Unione, rendendoli dipendenti – nell’approvvigionamento di prodotti strategici come sono quelli legati alla salute – da logiche di mercato decise altrove. Il tema è stato affrontato nell’Assemblea pubblica dell’Associazione italiana delle industrie produttrici di medicinali equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines, Assogenerici. Che a sottolineare l’impegno verso il diritto alla salute per tutti, ha appena preso il nome di “Egualia, industrie farmaci accessibili”.

Il problema non è nuovo, e non riguarda soltanto i comuni antipiretici e antifiammatori, ma più in generale diverse categorie di farmaci generici coinvolti direttamente e indirettamente nella gestione della pandemia da Covd-19 (l’industria dei medicinali equivalenti e biosimilari fornisce la maggior parte dei medicinali per i pazienti dell’UE, e oltre il 70 per cento dei farmaci utilizzati per gestire i pazienti ricoverati nelle terapie intensive è un generico). Nella lista stilata lo scorso aprile dall’Agenzia europea dei medicinali relativa ai farmaci a rischio di carenza compaiono anestetici, miorilassanti, antibiotici, broncodilatatori, curarosimili, cioè quelli che servono ai pazienti intubati nelle terapie intensive drammaticamente affollate in questa recrudescenza di contagi da coronavirus. E già nel luglio scorso un Rapporto della Commissione del Parlamento europeo per l’Ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) metteva in guardia contro possibili buchi nell’approvvigionamento. “A causa della delocalizzazione della produzione – diceva il documento di Bruxelles – il 40 % dei medicinali finiti commercializzati nell’Unione proviene da paesi terzi, il che si traduce in una perdita di indipendenza dell’Europa sul piano sanitario. Sebbene l’Europa abbia una solida impronta produttiva, la catena di approvvigionamento fa ricorso massiccio a subappaltatori all’esterno dell’UE per la produzione delle materie prime, facendo sì che dal 60 all’80 % dei principi attivi dei medicinali venga fabbricato al di fuori dell’Unione, segnatamente in Cina e in India”. Dal 2000 a oggi, conferma l’ultimo rapporto di ProGenerika, l’analoga associazione tedesca che riunisce le aziende produttrici di medicinali equivalenti, i produttori asiatici – Cina in testa – hanno aumentato il numero di CEP (i certificati di Conformità alla Farmacopea Europea, lo strumento regolatorio che garantisce la qualità dei prodotti farmaceutici) da 183 a 2.369, mentre i produttori europei sono cresciuti di meno, passando da 348 a 1.260.

Per questo la parola d’ordine della nuova Egualia è “reshoring”, come ricorda il presidente Enrique Häusermann: che tradotto, significa riportare la produzione di principi attivi e farmaci in Europa. Di più, riportarla in Italia, la cui grande tradizione nel settore si è via via persa negli anni. E invece il nostro paese deve tornare a essere un luogo attrattivo per investimenti e produzioni, come ha sottolineato il ministro della Salute Speranza intervenendo in Assemblea. L’occasione non va sprecata. Bisogna sfruttare la crisi, dice Häusermann, per costruire catene di approvvigionamento resilienti, offrire strumenti di sviluppo sostenibile alle imprese farmaceutiche, ripensare la struttura della distribuzione farmaceutica, correggere alcuni effetti negativi della globalizzazione della produzione farmaceutica, trovare soluzioni ai rischi legati alla mancanza di prodotti in caso di crisi. In una parola, ripristinare l’indipendenza sanitaria dell’Europa, che in questi anni è stata messa a rischio, perdendo la sua posizione di forza come produttore di principi attivi.

Ma quali sono le azioni concrete in grado di ridurre la dipendenza farmaceutica dell’Europa? “Noi ne abbiamo individuate diverse, ma la prima è certamente quella di modernizzare gli impianti di produzione esistenti in Italia, e individuare nuovi siti per la produzione di medicinali strategici, seguendo tre principi guida: potenziare, ottimizzare e innovare”, commenta Paola Testori Coggi, special advisor del Cluster per le scienze della vita Alisei, di cui Egualia è partner. E tuttavia, continua Testori Coggi, ci sono alcuni aspetti cruciali sui quali l’industria attende una risposta. Riportare la produzione in Italia significa ovviamente avere maggiori costi di produzione. Come si garantisce la sostenibilità economica alle aziende che dovessero fare questa scelta? Attraverso un contributo pubblico agli investimenti, oppure con agevolazioni da parte delle autorità regolatorie (un fast track per le autorizzazioni), o infine – dice l’advisor di Alisei – con la garanzia di una copertura degli acquisti da parte delle istituzioni sanitarie. “Dobbiamo usare anche i finanziamenti previsti dal MES – conclude Häusermann – non c’è un solo buon motivo per non farlo. Nel dibattito in corso ancora ci si interroga se sia necessario utilizzarlo per finanziare la Sanità italiana, ma crediamo sia arrivato il momento di agire per prepararci a questo inverno pieno di insidie”.
 

Fonte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *