La microscheda dei segreti rubati da Walter Biot è, essa stessa, un segreto. Il dispositivo magnetico di cui tutti parlano ma che nessuno ha visto è stato consegnato alla Nato. Che insieme alla Presidenza del consiglio e al Dipartimento per le informazioni per la sicurezza (Dis), l’organismo che coordina le nostre agenzie di intelligence, ne sta analizzando il contenuto. Valutando l’ampiezza e la gravità della ferita che quei 178 documenti contenuti nella microSd Kingston trovata addosso al diplomatico russo Dmitrj Ostroukhov (47 classificati Nato secret, 57 Nato confidential, 9 riservatissimo, 65 non classificati) potevano infliggere alla sicurezza nazionale e alla tenuta dell’Alleanza Atlantica. Dunque, stabilendone l’utilizzabilità o meno nel procedimento che vede Walter Biot indagato per spionaggio internazionale e per corruzione.

La Presidenza del Consiglio può infatti decidere di apporre il Segreto di Stato. È molto probabile che finirà così. Ed è altrettanto probabile che Biot cercherà di sfruttare la cosa, sostenendo che la non conoscenza del contenuto della microSd leda il suo legittimo diritto di difesa. Nel tentativo di minare l’impianto dell’accusa che, al momento, appare solido e sostenuto da fatti circostanziati: Biot ripreso mentre fotografa il monitor del computer e fogli sulla scrivania, Biot che il 31 marzo si incontra in un parcheggio di Spinaceto con Dmitrj Ostroukhov, la confezione del farmaco Crestor con 100 banconote da 50 euro ripiegate all’interno nella macchina del marinaio, la microSD nella tasca del russo.

Lo stipendio e il Nos

Le indagini condotte dai carabinieri del Ros, coordinati dalla pm Gianfederica Dito, scavano nel recente passato del Capitano di fregata, 56 anni, in servizio all’ufficio Politica militare dello Stato Maggiore Difesa, per smontare la giustificazione avanzata dopo l’arresto in flagranza. “Ho fatto quello che ho fatto per aiutare economicamente la mia famiglia”. Famiglia numerosa, che vive a Pomezia: una moglie, quattro figli. La pm ha acquisito le buste paga di Biot dell’ultimo anno. Il marinaio col grado di capitano di fregata (equivale, nell’esercito, a tenente colonnello) prendeva 3.800 euro al mese, tra indennità e stipendio base. Non poco. Durante l’udienza davanti al Tribunale del Riesame la procura di Roma ha depositato agli atti il registro Nos (Nulla osta sicurezza): l’abilitazione al trattamento di informazioni classificate di Biot era al livello massimo. Quindi poteva accedere alle carte più riservate di quell’ufficio.

“Ecco, appunto, di quell’ufficio”, ribatte l’avvocato Roberto De Vita. Sostiene che, in ragione del suo incarico, Biot non potesse estrarre documenti altamente classificati tramite il computer in dotazione a Palazzo Esercito. “Qualsiasi cosa possa aver richiamato sul monitor, è di poco conto. Lo ha detto anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini in Parlamento”, osserva De Vita. “Nonostante sia il vertice politico-militare delle forze armate, la sua audizione non è stata presa in considerazione al Riesame”.

Non così la pensano gli investigatori. Anche perché a casa di Biot hanno trovato altri 8 documenti classificati tra le sue carte. “Roba vecchia di 15 anni”, secondo l’avvocato. Sarà, ma il Capitano di fregata dovrà spiegare perché fossero lì nella sua abitazione. In un cassetto dell’ufficio, poi, c’era un portafogli marrone, con all’interno alcune tessere (carta metrobus, tessera Arci, tessera sanitaria) appartenenti a una persona nata nel 1988. E due tagliandi della dogana israeliana risalenti a un viaggio nel 2019.

“Mancano pezzi dei filmati”

Lo scontro più duro tra accusa e difesa al Riesame si è consumato sulla prova regina del procedimento: le registrazioni video nell’ufficio di Biot. Sono state realizzate con due telecamere nascoste, piazzate il 16 marzo da un colonnello dopo la segnalazione di comportamenti sospetti arrivata dall’Ufficio analisi per la minaccia asimmetrica (Uama) dello Stato Maggiore Difesa. Per giustificare l’installazione, è stata richiamata la norma che permette il controllo dei dipendenti in casi di infedeltà aziendale. I filmati sono stati consegnati ai carabinieri del Ros il 26 marzo, cinque giorni prima dell’arresto.

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Secondo il consulente di parte nominato dalla difesa di Biot, l’informatico esperto di digital forensic e incident response Francesco Zorzi, le registrazioni sono inutilizzabili. “Il file non è quello originale, ma è l’esito di un’attività di selezione ed esportazione”, scrive Zorzi nella consulenza. “Mancano fotogrammi”, “non è garantita l’integrità”, “presenza di interruzioni nel filmato”, “privo di linearità temporale”. Fuori dal gergo tecnico, significa che il file agli atti non è l’integrale della registrazione, piuttosto un elaborato dello Stato Maggiore Difesa. E l’avvocato De Vita ne contesta non solo la sostanza (“forse si vedevano altre persone, che sono state tagliate”), ma anche la forma: “Serviva un provvedimento di un giudice per mettere le telecamere, in quanto sono come intercettazioni ambientali”.

Il gip militare: “Sottoposto solo alla norma militare”

Il Tribunale del Riesame, che deve decidere se confermare o attenuare la misura cautelare a Biot (attualmente è in carcere a Regina Coeli), e se accogliere o rigettare i rilievi della difesa, è chiamato anche a esprimersi su un possibile conflitto di giurisdizione. È noto, infatti, che anche la Procura militare di Roma ha avviato un’indagine parallela. Ha disposto il sequestro di tutti materiali già acquisiti dalla magistratura ordinaria e ha emesso una propria ordinanza di arresto. Ricalca, nella sostanza, quella di Piazzale Clodio, con un’unica differenza. Nella parte finale il gip militare scrive che “in applicazione al principio all’articolo 15 del codice penale” (regola il rapporto legge generale-legge speciale), Biot deve essere sottoposto “solo alla norma militare penale”.

Per adesso le due procure lavorano insieme, in coordinamento. In entrambe le giurisdizioni, il reato di spionaggio internazionale prevede l’ergastolo come pena massima. A breve, però, il destino giudiziario di Biot dovrà necessariamente prendere l’una o l’altra strada. E sapremo se il contenuto della microscheda farà parte del processo oppure rimarrà un segreto. Uno dei tanti di questa storia.

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