Sono passati trent’anni dall’entrata in vigore della legge 257/92 che sanciva la messa al bando dell’amianto in Italia. Eppure ancora oggi le oltre quattromila vittime che l’amianto miete ogni anno in media nel nostro Paese sono “morti senza riposo”, che non riescono ad avere giustizia a causa delle lungaggini che rendono farraginosa e difficile l’individuazione dei responsabili e contemporaneamente impediscono il riconoscimento dei diritti spettanti alle vittime e ai loro familiari.

Intanto, in Italia di amianto si continua a morire. L’incremento delle patologie connesse all’inalazione delle fibre killer è ancora ai giorni nostri lieve ma costante, dopo il picco (atteso) degli ultimi anni. Al recente Convegno Nazionale di Medicina Democratica a Roma è stato annunciato un disegno di legge per l’istituzione di una Giornata Nazionale dedicata alle Vittime dell’amianto. Ma cosa rende così ostico e lacunoso il cammino della giustizia nei confronti dei lavoratori e dei cittadini colpiti da patologie correlate all’esposizione all’amianto? Sanità Informazione ha fatto il punto della questione insieme ad Enzo Ferrara, componente del direttivo di Medicina Democratica e della Associazione Italiana Esposti Amianto.

Lo stato dell’arte: una “questione del passato” che ha effetti nel presente

«Le persone che si sono ammalate a causa dell’amianto, negli anni, si sono trovate a dover lottare su tre fronti – esordisce Ferrara -: quello sanitario, quello previdenziale, quello giurisdizionale. Questo è estremamente gravoso per i singoli, motivo per cui sono sorte numerose associazioni a carattere trasversale che portano avanti le istanze di questi cittadini. La principale patologia causata dall’inalazione di fibre di amianto, il mesotelioma pleurico, è una patologia di per sé estremamente rara – osserva Ferrara – non se ne hanno notizie prima dell’utilizzo industriale dell’amianto, a riprova del nesso di causa strettissimo, quasi esclusivo, fra materiale e malattia. E poi c’è il problema cronologico: quella dell’amianto e delle patologie a esso connesse viene proposta come questione del passato, e invece non è così, perché gli effetti sulla salute si esplicano dopo 20, 30 anni, perfino 40 in alcuni casi. Oggi infatti stiamo avendo un colpo di coda di insorgenza di queste patologie non solo tra gli ex lavoratori delle fabbriche interessata per la maggior parte tra i comuni cittadini, in particolare nelle zone di Casale Monferrato in Piemonte».

L’Italia? Sulla carta, pioniera nella messa al bando dell’amianto

Prima di arrivare ai giorni nostri, una precisazione doverosa: «Paradossalmente, l’Italia è stata un’antesignana nella messa al bando dell’amianto. La prima legge a livello europeo – spiega Ferrara – arriva infatti solo nel 2002, dieci anni dopo quella italiana, e in buona parte del mondo l’amianto è ancora usato e commercializzato. Il nostro Paese è fra i pochi in cui la legge consente di aprire dei procedimenti penali per tutelare i lavoratori vittime dell’amianto, anche solo con imputazioni per omicidio colposo».

I concetti di induzione e trigger dose: dalla clinica alla giurisprudenza

Ma allora quali tasselli mancano affinché vengano riconosciuti i giusti risarcimenti e puniti i responsabili? Per capirlo è necessario analizzare due teorie, quella dell’induzione e della trigger dose, entrambe strettamente implicate e invocate nelle aule giudiziarie in cui hanno avuto luogo questi procedimenti. «Per una persona che si ammala di mesotelioma o altre forme tumorali legate all’esposizione all’amianto – spiega Ferrara – stabilire quale sia stato il momento esatto (induzione) o la dose fatale (trigger dose) che ha dato inizio alla cancerogenesi e di conseguenza stabilire chi avesse la responsabilità aziendale in quel momento è impossibile. Appellandosi a questo assunto, risulterebbe altrettanto impossibile individuare i responsabili impartire loro delle condanne precise».

«Eppure noi sappiamo – continua Ferrara – che i processi di cancerogenesi sono multifattoriali, che indubbiamente l’esposizione continua all’amianto gioca un ruolo decisivo, e che quindi per tutti quelli che hanno contribuito ad esporre il lavoratore all’amianto sarebbero da ravvisarsi responsabilità per averne causato la morte. È vero che è impossibile stabilire un nesso diretto tra un dato momento e l’inizio della cancerogenesi – sottolinea – ma è altrettanto vero che ogni momento di esposizione ha contribuito all’instaurarsi della patologia e ad accelerare la morte del soggetto rispetto all’aspettativa di vita che avrebbe avuto senza esporsi all’amianto».

L’istituzione di una Giornata Nazionale Vittime dell’Amianto

«Oggi le vittime dell’amianto sono ricordate nell’ambito della Giornata in memoria delle Vittime sul lavoro. Tuttavia, istituire una Giornata dedicata esclusivamente alle vittime dall’amianto – conclude Ferrara – come previsto dal disegno di legge, è importante nella misura in cui può aiutare a sensibilizzare su una questione ancora aperta, e su tante altre forse meno impattanti a livello mediatico, ma su cui la giustizia tarda a fare il suo corso, ad individuare responsabilità e a restituire diritti e certezze alle vittime e alle loro famiglie».

 

 



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