UN’impietosa indagine su centri pubblici italiani e le procedure per diagnosi e trattamento negli adulti con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) è appena apparsa sulla Rivista di Psichiatria  ad opera di un ampio gruppo di specialisti. Sconfortante il risultato: «Non esistono linee guida nazionali per l’ADHD nell’adulto. I dati raccolti suggeriscono che non esiste una pratica condivisa tra i centri né per quanto riguarda la transizione del paziente dai servizi per l’infanzia e l’adolescenza a quelli per l’età adulta né rispetto al processo diagnostico-terapeutico». La comparazione con linee guida e servizi in Germania e Gran Bretagna (NICE) è servita per osservare carenze e ritardi. I primi firmatari dello studio sono Giovanni Migliarese del Fatebenefratelli-Sacco di Milano, Elsa Zadra e Giancarlo Giupponi dell’ospedale di Bolzano, Francesco Oliva dell’università San Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino), Pietro De Rossi dell’Asl 5 di Roma, Francesco Gardelli dell’Aulss8 di Berica,(Vicenza), Paolo Scocco dell’Aulss6 Euganea, Padova e altri psichiatri di università e ospedali di Roma, Torino, Lodi, Bergamo e Pisa.

Le linee guida

“La scelta di far riferimento alle linee guida inglesi (NICE) e tedesche è nata dal desiderio di utilizzare delle indicazioni valide tra quelle presenti nel panorama internazionale, e allo stesso tempo non eccessivamente distanti dal nostro contesto (le linee guida americane o canadesi ad esempio hanno meno punti in comune) – racconta lo psichiatra del Fatebenefratelli-Sacco, Migliarese – le linee guida tedesche inoltre sono state utilizzate come riferimento, più di 10 anni fa, dal servizio di Bolzano del professor Andreas Conca che per primo ha iniziato a portare in Italia il tema dell’ADHD negli adulti, mentre le NICE inglesi hanno la particolarità di una scrittura multidisciplinare (non solo psichiatri e psicologi ma anche infermieri e familiari)”.

L’interessante sondaggio è stato effettuato su 48 servizi accreditati per l’ADHD in sei Regioni (Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Veneto) e la Provincia autonoma di Bolzano, ha portato alla selezione di soli 9 centri che si occupano di adulti. Qui il primo elemento.

E’ così emerso dalla ricerca che circa due terzi dei ragazzini con ADHD mantengono i sintomi fino nell’età adulta. Un quadro clinico aggravato da disturbi della personalità e di comportamento, difficoltà sociali ed emotive, dipendenze e abusi di sostanze. Bassa autostima, problemi relazionali e frequenti incidenti, scarsa istruzione, inattività lavorativa e coinvolgimento in attività criminali, poca affidabilità sul lavoro sono altre aggravanti. Parecchi studi hanno mostrato inoltre un’alta incidenza di ideazioni suicidarie e una possibile alterazione dei ritmi circadiani. “Ancora in Italia – affermano con sicurezza gli psichiatri – solo una minoranza di adulti con ADHD sono correttamente diagnosticati e trattati (…) Uno studio recente su 20 Paesi stima la prevalenza di ADHD tra gli adulti in circa il 2,8%” (significherebbe in Italia 270 mila-360 mila bambini). L’ADHD colpisce più i maschi che le femmine in rapporto 4 a 1. 

Sintomi negli adulti

Spiega lo psichiatra Giovanni Migliarese: «Nell’ADHD una quota rilevante dei bambini (circa il 50%) non risolve il problema entro il limite dei 18 anni e le tipiche modalità di funzionamento (disattenzione, disorganizzazione, impulsività e tendenza all’iperattività) si mantengono, seppur leggermente modificate dalla traiettoria evolutiva e dagli adattamenti determinati dalla crescita e dall’esperienza. La storia evolutiva del disturbo è molto variegata, ma generalmente vi è un sostanziale mantenersi della disattenzione, mentre gli aspetti iperattivi tendono a ridursi e a mostrarsi in altre forme come iperattività mentale, irrequietezza, impulsività”. Poi continua: “Per alcuni soggetti le condizioni dell’età adulta, che sono più complesse di quelle che deve affrontare un minore, favoriscono una “slatentizzazione” di un quadro fino a quel momento non significativo. Allo stesso tempo anche altri eventi, possono far emergere un funzionamento ADHD fino a quel momento poco evidente (es. traumi cranici)”. Un registro nazionale per adulti ADHD è stato istituito (ora in carico all’Agenzia del Farmaco-AIFA) e l’Istituto Superiore di Sanità ha da tempo sollecitato le Regioni ad individuare i centri di riferimento per adulti ADHD ma con scarsi risultati. Solo poche Regioni lo hanno fatto e non esiste una lista ufficiale. Non vi sono linee guida e vi è una carenza di servizi specializzati per la diagnosi e il trattamento.

Longform

 

Approccio multidisciplinare

Un approccio globale e multidisciplinare, non solo né prevalentemente farmacologico (metilfenidato e atomoxetina), sembra essere la risposta più adatta anche nelle esperienze e linee guida tedesche e inglese. Sottodiagnosticare e sottotrattare gli adulti ADHD ha una conseguenza: maggiori costi sanitari e sociali. Aifa Onlus (Associazione italiana famiglie ADHD), la  Società italiana di psichiatria e la Società italiana patologie da dipendenza dal 2018, insieme, denunciano questa situazione. La comparazione dei 9 centri specializzati individuati nella ricerca denota una scarsa o nulla condivisione delle esperienze di diagnosi e trattamento, seppure vi siano alcuni elementi simili. E soprattutto nessun protocollo nel passaggio dai servizi – in verità assai più diffusi- per bambini e adolescenti ADHD a quelli – inesistenti a volte – per adulti. I 9 centri sono il Centro di Eccellenza ADHD per adulti di Bolzano, DSM dell’AULSS 8 Berica (Vicenza), il Centro per diagnosi e trattamento ADHD nell’adulto di Milano e il Centro di Riferimento ADHD Adulti di Torino, il Centro ADHD di Roma, il CSM della ULSS 6  di Padova, il Centro per adulti ADHD dell’ASL Roma 5  e quello di Pisa, il DSM dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

 

Tentativi di fare rete 

Racconta ancora Migliarini, tra i firmatari dello studio: “L’anno passato a gennaio, nel corso del XXI congresso di Neuropsicofarmacologia, è stato lanciato il progetto di creare una rete per i centri che in Italia si occupano di ADHD nell’adulto, al fine di rendere sempre più uniformi le modalità diagnostiche e di intervento clinico (cosa in Italia complessa in molti ambiti anche in relazione al diverso assetto organizzativo su base regionale). È stato un successo purtroppo rallentato dal COVID.  Il 27 gennaio ci sarà il XXII congresso di neuropsicofarmacologia, dal titolo Quando tutto cambia e nell’occasione sarà presentato il primo testo per addetti ai lavori sull’ADHD nell’adulto (curato anche dal professor Claudio Mencacci e con la partecipazione di diversi colleghi esperti del tema). Speriamo possa essere una buona base di partenza per aumentare la consapevolezza di questa condizione e favorire interventi per le persone che ne sono affette, in modo più semplice e specifico”.

Psichiatria computazionale

Per concludere, sul fronte delle diagnosi del deficit di attenzione/iperattività, dall’Ohio State University arriva una metanalisi (50 studi) pubblicata ora sul Psychological Bulletin che sostiene l’utilizzo della simulazione al computer come ulteriore e utile strumento oggettivo di valutazione dei sintomi e gravità di problemi di comportamento. Non solo test cognitivi, interviste cliniche e questionari ma utilizzo della cosiddetta psichiatria computazionale nella diagnosi dell’ADHD nei bambini. Vengono analizzati tre modelli computazionali in particolare per “meglio caratterizzare l’ADHD e altre diagnosi come ansia o depressione, migliorare la riuscita dei trattamenti (circa un terzo dei pazienti non risponde alle cure mediche/farmacologiche) e predire potenzialmente quali bambini “perderanno” la diagnosi di ADHD da adulti”. Secondo i ricercatori l’utilizzo della psichiatria computazionale aiuta ad individuare meglio le diverse forme di ADHD e “personalizzare” le cure. La psichiatria computazionale è un approccio «basato sull’uso di precisi modelli matematici che si propone di fornire ai clinici basi più solide su cui lavorare», come lo descriveva in un articolo l’epistemologo Massimo Piattelli Palmarini. Una risposta a quello che anni fa su Nature Human Behavior, Sophia Vinogradov, psichiatra alla University of Minnesota Medical School annotava: «C’è un segreto di cui noi psichiatri non amiamo parlare: lo stato spaventosamente primitivo del nostro modo di valutare, capire e trattare la malattia mentale». 

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