ERA IN carcere dal 27 agosto, quando il 18 settembre, una donna tedesca di 33 anni ha lanciato i figli dalle scale, uccidendoli. La piccola di 6 mesi è morta subito, il bimbo di due anni in ospedale. Dalle indagini, dopo la tragedia, emerge che la detenuta era stata più volte segnalata per alcuni comportamenti e il personale in servizio nel carcere aveva segnalato “la necessità di accertamenti anche di tipo psichiatrico”. L’infanticidio lascia sempre sgomenti e con la sensazione di non aver fatto abbastanza per evitarlo. Difficile capire come sia stato possibile che una madre abbia avuto il coraggio di togliere la vita ai figli, quasi impossibile giustificare simili atti. Complicato anche per chi si occupa di disagio mentale affrontare situazioni simili.

“L’infanticidio è un evento che viene liquidato velocemente dall’opinione pubblica come il gesto estremo di una mente malata o psicopatica, da commiserare o da condannare ma che può essere letto anche come la rappresentazione della sconfitta di una società che non riesce a tutelare la sicurezza e il diritto alla vita di un innocente e a sostenere le fragilità di una madre”, spiega Nicoletta Giacchetti psichiatra, che insieme alla collega Franca Aceti, lavora presso il Servizio di Psicopatologia Perinatale del Policlinico Umberto I – La Sapienza Università di Roma – . Sono molte le situazioni in cui le madri sono in difficoltà nel gestire la vita dei figli, soprattutto se molto piccoli. Accade nei casi di depressione post partum. Ma come evitare eventuali episodi di violenza. “In realtà è sempre difficile prevedere un’azione violenta specialmente all’interno della relazione madre-figlio. Dalla letteratura sull’argomento è emerso che circa un terzo delle donne che commettono un infanticidio presentano una grave patologia psichiatrica, non sempre così facile da riconoscere anche per la difficoltà delle donne ad esprimere contenuti inaccettabili per la coscienza sia sul piano individuale che collettivo”, aggiunge l’esperta.

• “SALVARE I FIGLI”
Secondo la letteratura scientifica, in alcune situazioni l’infanticidio può rappresentare per la donna un tentativo di “salvare” i figli dalle “sofferenze terrene”. “In generale si è osservato che le donne infanticide spesso hanno un buon livello di istruzione, sono disoccupate o con problemi finanziari e un supporto sociale limitato o assente. Il più delle volte sono in conflitto con gli altri membri della famiglia e col partner –  aggiunge Giacchetti – Hanno una storia personale caratterizzata da abusi o trascuratezza, vivono la maternità come un momento particolarmente stressante”. Quanto conta il vissuto della donna?” Esperienze passate di deprivazione affettiva della donna possono riemergere nella relazione attuale col bambino in modo imprevedibile, talvolta scatenate da eventi banali, che rievocano sofferenze tenute fuori dalla coscienza, apparentemente dimenticate”.
 
• LA GRAVIDANZA
Particolarmente delicato è il periodo che precede la gravidanza o i primi mesi di vita del bimbo.  “E’ evidente – sostiene Franca Aceti – che quando una donna presenta un importante disagio psichico in gravidanza o nel periodo post-partum, soprattutto se ha una storia familiare o personale di malattia psichiatrica, dovrebbe essere valutata attentamente la sua capacità di relazione col bambino all’interno di strutture specialistiche ad alta intensità di osservazione come le “unità madre-bambino” presenti in molti paesi europei, a tutela della salute mentale e della incolumità del bambino e della madre”.

• DATI SOTTOSTIMATI
E’ difficile individuare il numero degli infanticidi perpetrati nel mondo perché i dati disponibili sono sottostimati in quanto molte delle morti vengono attribuite ad “incidenti fatali”. Secondo le stime dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), il tasso globale di omicidi (è un dato assoluto) di bambini di età compresa tra i 0 e i 4 anni è pari al 4,5 e 5,8 per 100.000 bambini e per i bambini di età compresa tra i 5 e 14 anni è pari al 2.0- 2.1 per 100.000 (WHO, 2002). Oltre un quarto degli infanticidi viene commesso dalle madri contro bambini minori di un anno.
 
Si tratta di situazioni complicate e per gli esperti a volte è difficile sostenere bimbo e madre. Quanto è importante che il bambino cresca con la mamma? “La scelta di tenere insieme la madre col proprio figlio nasce dall’importanza della continuità della relazione diadica per lo sviluppo psicofisico del bambino. Questo rimane valido anche per le donne che commettono reati, ovviamente diversificando caso per caso il tipo di intervento più adeguato. E’ altrettanto evidente che non può essere il carcere il luogo ideale dove far crescere un bambino fino a tre anni e che andrebbero implementate strutture alternative ad hoc con personale formato”, spiega Aceti.

Resta la difficoltà, anche per gli esperti, di prevedere eventuali azioni violente della madre nei confronti del piccolo. “Il problema – concludono le esperte – è che una parte delle donne infanticide non presenta una chiara patologia psichiatrica e l’azione violenta è l’espressione momentanea di una sorta di black-out della coscienza sulla cui genesi il dibattito rimane ancora aperto”.
 
 
 

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