Nove giorni dopo la perquisizione nell’abitazione palermitana del giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo, per lo scoop sul depistaggio della strage Borsellino, il procuratore aggiunto di Catania Francesco Puleio ha disposto il dissequestro del telefonino e dell’archivio del cronista finito sotto inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio. L’indagine è nata dopo l’esposto presentato dall’avvocato Giuseppe Seminara per conto dei due poliziotti accusati di aver costruito ad arte il falso pentito Scarantino. Gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, oggi all’udienza preliminare con l’accusa di concorso in calunnia con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra, sostengono che un articolo di Palazzolo su Repubblica.it avrebbe anticipato la chiusura dell’indagine che li riguardava. Per questa ragione, gli accertamenti della procura di Catania.
 
Venerdì, il telefonino di Salvo Palazzolo è stato esaminato nel corso di un “atto irripetibile” effettuato nella sede della polizia postale di Catania, alla presenza del legale del cronista, l’avvocatessa Pina De Gaetani – nel collegio di difesa con l’avvocato Paolo Mazzà  e il professore Carlo Federico Grosso – e di due esperti informatici come consulenti di parte.
 

Nei giorni scorsi, si sono tenuti sit-in di solidarietà per Palazzolo, a Caltanissetta, in occasione dell’apertura dell’udienza preliminare dei poliziotti, ma anche a Palermo e Roma. Con lo slogan: “Il diritto di cronaca non si perquisisce”. E’ intervenuto pure il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha incaricato i suoi ispettori di valutare la legittimità della perquisizione disposta nell’abitazione del cronista. Una presa di distanza dall’esposto presentato da Mattei e Ribaudo è arrivata anche dal legale del terzo poliziotto indagato, il dottore Mario Bo. L’avvocato Nino Caleca ha dichiarato: “Noi non abbiamo mai lamentato alcuna violazione del segreto istruttorio. Piuttosto, abbiamo sempre apprezzato gli articoli di Repubblica su questo argomento, per completezza ed esaustività”.

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