C’era un giudice, a Palermo, che pretendeva un favore a tutti i costi: fare entrare una classe di scuola media all’aula bunker, in occasione della manifestazione per il 23 maggio. Quel giudice, Giuseppe Sidoti, in servizio alla Fallimentare, è finito indagato per corruzione nei mesi scorsi, nell’ambito di una vicenda riguardante il Palermo Calcio. Adesso, la procura di Caltanissetta vuole vederci chiaro su tutti i favori che avrebbe chiesto. Anche quello sollecitato all’ex presidente del Palermo, il commercialista Giovanni Giammarva, genero di Maria Falcone, la sorella del giudice. Così, questa mattina, i magistrati nisseni hanno inviato i finanzieri del Gruppo Tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo nella sede della Fondazione Falcone per acquisire l’elenco delle scuole che hanno partecipato all’iniziativa all’aula bunker nel 2017.

Le intercettazioni

Nel capo di incolpazione a Sidoti veniva già contestata la raccomandazione chiesta a Giammarva, per far partecipare una scolaresca alla manifestazione in ricordo delle vittime di Capaci. Così hanno scritto il procuratore Amedeo Bertone e la sostituta Claudia Pasciuti: “La vicenda, apparentemente banale, è in realtà estremamente significativa. Non solo perché evidentemente rileva in sé e per sé quale utilità di carattere morale percepita da Giuseppe Sidoti come remunerazione del servizio prestato alla ‘Us Città di Palermo’, ma anche in quanto è fortemente indicativa dell’atteggiamento di Giammarva nei confronti di Sidoti”. La Cassazione ha poi ridimensionato le contestazioni a Sidoti, ma resta quel brutto episodio attorno all’aula bunker, che riapre il dibattito sull’antimafia.
 
Le intercettazioni del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo cominciano a entrare in fibrillazione il 3 maggio 2017, alle 7,15 del mattino. Sidoti chiama Giammarva: “Senti, io ti disturbavo per chiederti una cosa”, dice il giudice. “Tu non disturbi mai”, risponde l’allora presidente del Palermo. “Ancora ti parli con tua suocera? — esordisce il magistrato — Che appena ti vede ti assicuta a colpi di ligno direttamente”. Il tono della conversazione è scherzoso. “No, ancora no”, risponde Giammarva. Ed ecco la richiesta del giudice: “Ah, ancora no, vabbè. Senti, non è che sarebbe possibile fare partecipare la classe di… che è in prima media alle celebrazioni all’aula bunker quest’anno?”. Giammarva non ha un solo momento di esitazione: “Certo che è possibile, te lo dico già io”. E il giudice prosegue con il suo tono scherzoso, ma soddisfatto: “Giammarva dispone e Maria Falcone esegue. Giusto?”.

E l’interlocutore risponde: “Esatto, esatto, così funziona”. È un crescendo. Un’altra battuta del giudice: “Dice Giammarva che se non c’è disponibilità mandano a fanculo un’altra classe e mettono quella nostra”. Giammarva non vuole contraddire in nulla il giudice: “Esattamente, esattamente”. Poi, però, qualche problema ci fu. La mattina all’aula bunker era stata già organizzata, la sala era al completo.
 
Ma il giudice amico doveva avere quei posti. “Informati, picchì sa a fari”, dice Giammarva alla moglie, Lucia Di Fresco. “Perché si deve fare”. E anche questa intercettazione è finita nell’ordinanza del gip. “La Di Fresco rispondeva che non avrebbe dovuto dargli alcuna certezza — scrive la procura — ma Giammarva replicava di parlarne con sua madre (Maria Falcone, ndr)”. Alla fine, non si sa come, spuntarono i posti per 24 studenti e per due insegnanti. Come il giudice voleva. “Si gioca la mia credibilità”, diceva Sidoti a Giammarva. La credibilità del giudice, riuscire a fare entrare una classe di studenti a una manifestazione antimafia.

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