NON PIU’ solo la malattia dei padri e dei nonni: oggi il diabete di tipo 2 sta diventando sempre più spesso anche la malattia dei giovani adulti, quando non addirittura degli adolescenti. Sedentari e sovrappeso, sempre più ragazzi ricevono una diagnosi che cambierà necessariamente la loro vita. Il fenomeno, che preoccupa per diversi motivi, è stato indagato da una ricerca presentata al Meeting annuale della Società Europea per lo Studio del Diabete (Easd), in questi giorni a Barcellona.

Un gruppo di ricerca australiano guidato da Sanjoy Ketan Paul dell’Università di Melbourne, basandosi su dati britannici relativi a 370 mila persone con diabete, mostra come dal 2000 la proporzione di persone con diabete di tipo 2 nelle diverse fasce d’età sia cresciuta in modo evidente anche tra i 18 e i 40 anni, passando dal 9,5 per cento al 12,5 per cento nell’arco di 17 anni. Tanto che oggi nel Regno Unito circa un nuovo caso su 8 si verifica proprio tra i giovani adulti (era uno su dieci all’inizio del millennio). In Italia, in assenza di un registro, non ci sono dati precisi su questo diabete “a comparsa anticipata”, ma sulla base di dati statunitensi, che prevedono un aumento della malattia di quattro volte entro il 2050, è possibile inferire una tendenza secondo cui nel nostro paese ci siano almeno 150 mila pazienti giovani, con un raddoppio negli ultimi dieci anni.

“Si tratta – spiega Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) – di una forma particolarmente grave e aggressiva, con una maggiore tendenza alle complicanze, e che spesso porta in breve tempo alla terapia insulinica”. Non solo: i soggetti si dimostrano anche più insulino-resistenti, e la funzione delle cellule beta – che nel pancreas hanno il ruolo di produrre l’insulina – risulta progressivamente deteriorata a una velocità che è da tre a quattro volte superiore a quella che si riscontra nel diabete di tipo 2 adulto, cioè oltre i 40 anni. I giovani adulti, mostrano ancora i risultati dello studio presentato al Congresso di Barcellona, hanno anche un maggior rischio cardiovascolare, che invece il progresso delle terapie ha consentito di ridurre negli anni nei pazienti più anziani. “Senza contare – aggiunge Purrello – che un diabete a comparsa anticipata significa anche una esposizione più lunga alle terapie, e che si manifesta spesso in individui nel pieno della loro vita lavorativa, dunque con un impatto sociale ed economico ancora maggiore”.

Anche dal punto di vista terapeutico, il trattamento di questa forma precoce è più complicato: le opzioni sono poche, e la ricerca è ancora in fase iniziale. In genere, continua il presidente SID, oltre alle modifiche nello stile di vita che restano di importanza fondamentale, si comincia con la metformina – come suggeriscono anche le linee guida della American Diabetes Association per gli under 18. Ma proprio a causa dell’aggressività della malattia è spesso necessario passare all’insulina nel giro di pochi anni. “Le soluzioni che in genere si immaginano per il diabete di tipo 2 adulto, come per esempio la chirurgia bariatrica, non sono evidentemente proponibili per un ventenne”, aggiunge Agostino Consoli, professore di Endocrinologia all’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e presidente eletto della società scientifica. Questa popolazione rappresenta invece il target ideale delle nuove classi di farmaci, come gli inibitori del SGLT2 e gli analoghi del GLP-1, che oltre ad agire sulla glicemia promuovono anche un importante calo di peso.

Si tratta di molecole – aggiunge Consoli – che hanno già dimostrato un alto profilo di sicurezza nei pazienti più fragili come sono gli anziani, il che potrebbe rappresentare un buon viatico anche per l’uso tra i più giovani, visto che non sembrano alterare lo sviluppo muscolare od osseo dei ragazzi. E tuttavia, continua Consoli, il fenomeno del diabete 2 a comparsa anticipata è relativamente recente, e questa fascia d’età risulta ancora poco esplorata, così che gli studi clinici sono ancora troppo pochi. Ma il problema non va trascurato: si tratta di pazienti giovani, destinati a diventare pazienti anziani. Per questo, sottolinea Purrello, la soluzione deve essere condivisa: l’opera di prevenzione deve coinvolgere non soltanto i medici, ma anche le famiglie, la scuola, i responsabili delle politiche sanitarie, fino all’industria alimentare, chiamata a rivedere la composizione dei prodotti più ricchi di zucchero.

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