“Una volta arrivata in Siria, si è immersa completamente nelle attività programmate per le donne”. “L’impegno messo nell’accrescimento della sua formazione è tale che lei stessa diventa una maestra”. I giudici della Corte d’Appello di Milano ricostruiscono così la vita da combattente di Maria Giulia ‘Fatima’ Sergio, la prima foreign fighter italiana che a 29 anni è partita da Inzago per la Siria. Era il 2014 e da allora si sono perse le sue tracce.

Fatima è stata condannata a nove anni di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale anche in appello ed è proprio nelle motivazioni della condanna che la Corte ricostruisce la vicenda della donna che voleva diventare combattente dell’Isis e che riuscì a coinvolgere e a indottrinare anche tutta la sua famiglia. Tutti infatti furono coinvolti nell’inchiesta. Il padre, Sergio Sergio, era stato arrestato assieme alla moglie Assunta Buonfiglio e alla figlia Marianna nel luglio del 2015 perché, stando alle indagini dell’allora procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, e del pm Paola Pirotta, erano tutti in procinto di lasciare l’Italia per raggiungere la figlia.

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Dalla Siria, parlando con i genitori e con la sorella via Skype, Fatima lanciò nel 2015 “un vero e proprio proclama del programma terroristico del cosiddetto ‘Stato islamico’, che dimostra la piena e completa partecipazione” della donna all’Isis, in cui “si è inserita per il concreto compimento di tutte le attività di supporto riservate alle donne ed anche oltre, nonché l’estrema pericolosità della sua azione”. Fatima, scrive ancora la Corte, si preparava “anche lei a compiere azioni violente nei confronti degli infedeli” e nelle telefonate ai familiari spiegava “di essere pronta anche a morire appena le verrà consentito di passare anche lei al jihad (la lotta armata)”.

In una conversazione intercettata “l’amica Lubjana racconta ad Anila di avere saputo che Fatima era diventata talmente brava che: ‘dà lezioni di Corano a noi altri!'”. Proprio le donne, secondo la ‘lettura’ della Corte d’Appello, hanno rivestito un ruolo centrale nella vicenda. “Risulta che le imputate – si legge nelle motivazioni – hanno posto in essere con grande impegno attività di proselitismo e arruolamento, certamente fondamentali per l’organizzazione, nei confronti dei rispettivi familiari rimasti in Europa onde convincerli a trasferirsi in Siria, o comunque ad attuare il programma di lotta ai miscredenti sul posto dove si trovavano, nel caso in cui il trasferimento si fosse reso impossibile”.

Tra le altre condanne confermate in secondo grado, anche quelle di Haik Bushra, la presunta ‘indottrinatrice’ (9 anni),  a Donika Coku e Seriola Kobuzi (8 anni), madre e sorella di Aldo Kobuzi, marito di ‘Fatima’, a sua volta condannato a 10 anni. Per i giudici, ‘Fatima’ “ha avuto un ruolo chiave nella vicenda, avendo portato anche i suoi familiari ad aderire ai principi dell’I.S. con una insistente attività di indottrinamento”. Tra questi, anche la sorella Marianna, condannata col rito abbreviato a 5 anni e 4 mesi, e i genitori Sergio Sergio e Assunta Sergio, entrambi morti nel corso del procedimento, tutti pronti, stando all’inchiesta, a raggiungere Maria Giulia in territorio di guerra. ‘Fatima’, è la tesi della Corte, “era pronta anche a morire appena le fosse stato consentito di passare alla jihad”.

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