LA mamma lo aveva intuito quando ad Alessia arrivarono le prime mestruazioni, un aspetto della sua vita che non viveva affatto bene. Così come quel seno precoce che copriva come poteva. Fin dai 10 anni, infatti, Alessia non si riconosce nel suo corpo femminile: si sente un uomo. E ora che ne ha soltanto 17 potrà sottoporsi a un intervento chirurgico irreversibile – un’operazione con la quale le verrà rimosso l’utero – per diventare a tutti gli effetti un uomo, Alessio. Un trattamento – racconta Il Secolo XIX – approvato dal tribunale di Genova “per assicurare il benessere psicofisico” della minorenne, che da anni convive con questo malessere – disforia di genere – legato all’incongruenza tra il genere che le è stato assegnato fin dalla nascita (femmina) e quello che in realtà sente (maschio). Secondo alcuni studi l’incongruenza di genere riguarderebbe tra l’1,2 e il 4,1% degli adolescenti e la ricerca che fornisce questo dato, appena pubblicata sul Canadian Medical Association Journal, riflette sul tema della disforia di genere, sostenendo l’importanza di porre al centro dell’attenzione la voce dei giovani.
 

Maschio o femmina? La percezione già a 3 anni

“Già a tre anni i bambini iniziano a percepirsi come maschi o femmine, ma è durante la pubertà – quando avvengono i maggiori cambiamenti fisici – che si fanno più pesanti i disagi legati all’incongruenza di genere: sin da piccoli i bambini possono, ad esempio, sentire di appartenere all’altro genere sessuale, fino ad arrivare ad esprimere il desiderio di essere delle bambine, o di diventarlo da grandi, e viceversa”, spiega Paola Biondi, consigliera segretaria dell’Ordine degli psicologi del Lazio, psicoterapeuta esperta in tematiche gender variant e
 


Ci sono poi segnali più evidenti che possono preannunciare questa varianza di genere, continua Biondi, “come la scelta di un abbigliamento più maschile nelle femmine, atteggiamenti più simili a quelli espressi dall’altro sesso, o addirittura la scelta di utilizzare un altro nome, del genere opposto a quello di nascita, con il quale presentarsi nei contesti aggregativi, che va a placare la sofferenza di una disforia sociale”. Nome che nel caso di Alessia potrà finalmente essere corretto in Alessio anche all’anagrafe.
 
“Va detto però che se questo disagio inizia in età infantile, la situazione è molto variabile: questo malessere può acuirsi a tal punto – puntualizza Biondi – che l’individuo chiede di intraprendere un percorso fisico di transizione da un genere all’altro, oppure l’individuo arriva a vivere serenamente il genere di nascita, sviluppando un orientamento omosessuale, o ancora nessuna delle due situazioni precedenti. Se la disforia di genere compare in età adolescenziale o adulta, la situazione è invece più chiara: quel malessere legato all’identità sessuale generalmente si consolida e l’esigenza di cambiare genere diventa inevitabile”.

Il supporto della famiglia

Garantire sostegno e vicinanza affettiva è un aspetto fondamentale fin dall’inizio, da quando viene valutata la varianza di genere fino al suo trattamento. Spiega Biondi: “Questo perché molti adolescenti con disforia di genere quando non si sentono accettati o compresi dalla famiglia sperimentano un disagio decisamente maggiore, caratterizzato anche da ansia, insonnia, depressione, inappetenza. Ed è addirittura possibile che la ragazza o il ragazzo arrivi a manifestare sintomi psichici gravi, come l’autolesionismo, che in certi casi può culminare perfino nella mutilazione dei propri genitali, o rischio suicidario. Compito dello psicologo o psicoterapeuta è quello di ridurre quanto più possibile il disagio del giovane e sostenerlo prima, durante e dopo la riattribuzione del sesso”.

 
Cambio sesso, quando intervenire

Sebbene spesso si preferisca aspettare che il ragazzo o la ragazza raggiunga l’età adulta per procedere all’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali, Alessia, sostenuta dai genitori e dopo aver ricevuto l’approvazione dello psichiatra e dell’endocrinologo che la seguono da quando ha 14 anni, potrà anticipare i tempi. “In casi eccezionali – spiega Biondi – si può pensare a una terapia con bloccanti ipotalamici, che sospende e pospone la pubertà per rimandare all’età adulta la scelta di ricorrere a un intervento chirurgico irreversibile, oppure si può accelerare il passo verso gli interventi chirurgici (RCS) ancora prima della maggiore età, come nel caso di Alessia”.

Il supporto psicologico

Per il momento Alessia potrà sottoporsi a un intervento demolitivo per rimuovere l’utero – nel 2017 ne aveva subito uno a Barcellona per la rimozione dei seni – ma, come si legge nelle dichiarazioni rilasciate, “potrà effettuare ogni altro ulteriore trattamento medico-chirurgico ritenuto necessario all’adeguamento dei suoi caratteri e organi sessuali, primari e secondari, da femminili a maschili”. Durante e dopo gli interventi chirurgici “il confronto con uno psicologo è consigliato e fondamentale – conclude Biondi – perché è bene che la persona interessata e lo psicologo parlino insieme delle eventuali complicanze degli interventi possibili e dei limiti dei diversi trattamenti disponibili. Come ad esempio della differenza tra la falloplastica e la metoidoplastica, le due strategie finali di transizione verso il genere maschile che però hanno effetti estremamente differenti sul piacere sessuale o sulla capacità di urinare”.
 

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