Ogni anno 4.000 persone su 100mila vengono colpite in Europa da patologie autoimmuni: dal Crohn, all’artrite reumatoide, alla colite ulcerosa, alla psoriasi, al lupus eritematoso. Si tratta di condizioni croniche –  un’ottantina in tutto –  differenti per organo o tessuto colpito (pelle, intestino, articolazioni, ghiandole endocrine) ma che in comune hanno il fatto che il sistema immunitario di chi ne soffre attacca cellule e tessuti sani propri producendo auto-anticorpi (cioè anticorpi contro se stessi) e provocando un’infiammazione che nel tempo porta alla malattia vera e propria.

Chi ne soffre – quasi il 5% della popolazione nei Paesi occidentali  – attraversa fasi di riacutizzazione e di remissione, è costantemente sotto controllo medico e deve adeguare farmaci e dosaggi all’evoluzione della sua malattia. Non si guarisce dalle malattie autoimmuni, ma grazie alla ricerca farmacologica siamo in grado di controllarle. Migliorando sensibilmente la vita dei pazienti.

Di malattie autoimmuni e delle terapie che negli ultimi anni hanno cambiato la vita dei malati si è parlato al convegno “Il valore dell’innovazione per una crescita sostenibile”, organizzato da AbbVie, che ha investito in Italia 130 milioni di euro negli ultimi otto anni, soprattutto nel settore dell’immunologia in ambito reumatologico, dermatologico e gastroenterologico.

I farmaci che hanno cambiato la vita dei pazienti

Cortisone e antinfiammatori sono stati per anni l’unico rimedio per il paziente autoimmune, ma negli ultimi due decenni è via via cresciuto il numero di farmaci cosiddetti immunospecifici, l’ultima frontiera dei farmaci immunomodulanti, che agiscono sull’attività  del sistema immunitario bloccando determinati punti critici della risposta immune.  “Venti anni fa arrivavano da noi pazienti con la malattia di Crohn e la colite ulcerosa quando stavano male, noi prescrivevamo cortisone che spegneva l’infiammazione”, ha ricordato Alessandro Armuzzi segretario generale di IGIBD Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease la società scientifica per le malattie infiammatorie croniche intestinali. “Poi – ha continuato il gastroenterologo, uno dei relatori dell’incontro – abbiamo iniziato a dare salicilati: i pazienti andavano avanti, ma prima o poi si finiva per arrivare alle fibrosi, alle cicatrizzazione, alle occlusioni, e anche alla necessità di intervenire chirurgicamente sull’intestino. Ma 20 anni fa con gli anticorpi monoclonali abbiamo avuto la possibilità di bloccare il processo infiammatorio. È cambiato l’approccio nei confronti della malattia, e la qualità della vita dei pazienti. Il chirurgo c’è ancora, ma meno che in passato”.

La remissione della malattia

“Per molto tempo per trattare le malattie autoimmuni abbiamo utilizzato farmaci pensati per altre patologie – ha riferito Mauro Galeazzi, past president della Sir, la Società italiana di reumatologia  – Nel 1948 per la prima volta un paziente è stato trattato con cortisone: un grande passo avanti, ma non la soluzione. I farmaci tradizionali, che sono ancora utilizzati  – ha sottolineato Galeazzi – non risolvono. Con i nuovi farmaci abbiamo ottenuto la remissione delle malattie, che non significa guarigione, ma significa stare bene”.

La pelle che attira l’attenzione

“Le patologie a carico della pelle si vedono, attirano l’attenzione. Per anni  i pazienti con malattie dermatologiche autoimmuni come la psoriasi si sono visti rifiutare l’accesso nelle piscine o la possibilità di provare abiti nei negozi per il timore di contagi inesistenti. Ora non è più così – ha riflettuto nel corso del congresso Ketti Peris, consigliere di SIDeMaST, Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse – La sfida per il futuro? Abbiamo margini – conclude la dermatologa – per l’innovazione nei diversi tipi di psoriasi”.

Un comparto in salute

Il convegno è stata anche l’occasione per parlare di industria del farmaco  che in Itala – è stato riportato  – è il settore con la crescita più alta in ambito europeo. Secondo dati Doxa Pharma e Farmindustria parliamo di 32 miliardi di produzione, circa 26 di export, 3 miliardi di investimenti: 1,7 in ricerca  e 1.3 in impianti produttivi, oltre 66 mila addetti, il 90% diplomati e laureati, e 6600 ricercatori, il 50% donne, inquadrate nel 42% dei casi in posizioni medio-alte. L’intera filiera della salute rappresenta il 10% del Pil e la produzione farmaceutica l’1.8 % del Pil. Insomma numeri alti, e anche in crescita.

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